Un personaggio “politico” che ha vissuto per quasi 50 anni nel nostro paese
Quando Piazza San Giovanni era
animata da questo simpaticissimo
savese
Celestino Pesare: anarchico savese è stato e sarà sempre per chi lo vuole ricordare e chi riesce a ricordarlo ancora una persona “singolarissima”, coerente con le sue scelte, oltre con le sue idee, fino a farne una scelta di vita permanente. Moltissimi di noi savesi lo ricordano per tanti e tantissimi aspetti e modi svariati: lo notavamo spesso e volentieri in Piazza San Giovanni nella la sua vecchia “Fiat 600”, tinteggiata di nero e di rosso, simbolo marcato del sentirsi anarchici, dove il rosso stava a dimostrare il sangue che gli uomini avevano versato in termini di vita per ottenere la libertà, e il nero era il segno del lutto di tutte queste vite stroncate dalle diverse arroganze dei poteri del passato. Ma su tutte privilegiava il segno del fate l’amore e non la guerra, no war yes love, simbolo che non è mai andato fuori moda: lo usano in tantissimi oggi e per i giovanissimi, è evidenziato sui loro diari, sui loro giubbini e sui loro zaini.
La sua Fiat 600 tinteggiata di rosso e nero con il simbolo “No alla guerra, si all’amore”
Ma Celestino Pesare, “Gilistrinu”, non era solo questo, è che questo era solo, diciamo, l’aspetto “pittoresco”: Celestino era un modo di essere e di fare, quel modo di essere e di fare che caratterizza in modo evidentissimo la persona e ilsuo credo politico. Coltissimo, sfido chiunque, a trovare un pozzo di conoscenza come lui nel nostro paese, non vi era una cosa, dico solo una cosa, che lui non conoscesse! Piazza San Giovanni era il suo “capolinea”, con i suoi occhialini e lo sguardo attentissimo a ciò che faceva, o leggeva o sviluppava rebus e cruciverba vari, con i suoi capelli ricci, leggermente “lievitati”, con la calvizie che aveva liberato la cute lasciando libero “lu cocculu”. Quando in Piazza si formavano dei “capannelli”, lui era sempre presente a governare il dialogo e a sapere dare le “sue” risposte. Ripeteva spesso la frase tanto per dire che nella vita sono sempre gli stessi ad avere “fortuna”, che il termine “fortunato” era stato coniato apposta per dire che “fortu-nato” è colui che è nato dal furto ai danni della collettivita’ (“Furtu natu eti cchuddu ca nasci ti llu furtu, lu tici puru la palora”). Parlava con tutti, “ti lu cchiù fessa allu cchiù drittu”, ascoltava tutti e amava farsi ascoltare: aveva scelto di tornare a vivere a Sava agli inizi degli anni ‘60, della sua vita privata non mi sono mai interessato, anche perchè, credo, che la vita privata è di ognuno di noi ed ognuno di noi deve dare conto esclusivamente a se stesso e non agli altri, ciò che si va a discutere sono gli aspetti e i risvolti che hanno i nostri comportamenti nella nostra vita collettiva, solo questo e nulla di più, riferisco solo a puro titolo di cronaca, e non di pettegolezzo, che aveva un nucleo familiare tutto suo con moglie e due figli, a Genova. Fu segretario dell’allora PCI savese, e qui parliamo della fine degli anni ’50, lavorò per conto del Comune di Sava come autista guidando la famosa “corriera della speranza” facendo spola tra Sava e Archignano (sede della nostra ora ex stazione ferroviaria) portando avanti e indietro savesi che partivano e savesi che tornavano. Emigranti diretti al nord come emigranti diretti all’estero con la classica valigia tenuta bene legata con lo spago e con tanti scatoloni pieni di svariate cose: cittadini che portavano dietro la voglia di non ritornare a Sava e l’auspicio di una vita nuova e più dignitosa! Nel rapporto di lavoro, Celestino, dava la sua prestazione a tariffa oraria, allora di parlava delle classiche 6 ore e 40 e su questo lui non transigeva assolutamente a costo di sembrare impopolare agli occhi degli altri: l’orario è l’orario non si discute! Erano gli anni delle lotte dei braccianti per la terra, erano gli anni dei grandi flussi emigrativi verso il nord Italia, verso l’estero, Germania e Svizzera in testa. Una volta Celestino, durante una delle tante corse della “corriera”, arrivato a scadenza di orario giornaliero di lavoro, interruppe la corsa a metà strada in aperta campagna, salutando i passeggeri, lasciando indignati i “malcapitati” e dicendo loro: “Signori, vi saluto: la mia giornata di lavoro è finita!”
Fermò l’autobus in campagna, scese salutando: “Signori? Vi saluto: ho fatto le mie 6 ore e quaranta!”
Coerente fino all’ossessione! Incompreso e non voluto capire dagli altri, ma a Celestino questo non importava assolutamente, quello che lui faceva era giusto per lui ed era in sintonia con il suo credo politico e di scelta di vita. Dopo aver lasciato questa occupazione, o “invitato” a lasciare, iniziò l’attività di autista privato sempre in Piazza San Giovanni di fronte alla “Mater Domini” e sempre con la sua classica 600 Fiat! Piazza San Giovanni era piena di auto a noleggio: Manduria e Taranto erano le mete dei savesi per loro più svariate cose. Celestino faceva la spola tra Sava e Manduria, portava i savesi che per diversi motivi si recavano alla “Mutua” o all’Ospedale Marianna Giannuzzi: ha svolto, fino a quando ha potuto, questo lavoro e una volta avuto accesso al sistema pensionistico si è fermato del tutto, concludendo la sua “vita economica” ma non quella idealista! Molti di noi savesi lo vedevamo al mattino in pieno inverno a canottiera e pantaloncini a lavarsi alla fontana pubblica suscitando curiosità ma di questo e di altri suoi comportamenti lui Celestino, non si è mai curato. Le sue azioni e i suoi modi di fare venivano dettati dalla cosiddetta “coscienza politica” (tre o quattro decenni fa molto di moda, ndr), dal suo credo convinto che erige una cosa su tutte: l’uomo, il dio di tutta la propria fede! Anarchico brillante, per lui l’Anarchia era la massima espressione della libertà dell’uomo, sganciato da tutte le religioni e da tutte le dittature e da tutte le guerre: nè servi nè padroni! Questo era il suo credo: io credo comunque che Celestino, per chi lo vuole ricordare, avrebbe voluto che fosse ricordato così! Agli occhi degli altri savesi Celestino sicuramente poteva sembrare un balzano, un esaltato, un fanatico anarchico: non si è mai curato del parere degli altri. Mai! Di Celestino Pesare, anarchico vissuto fino alla fine del secolo scorso, ho dei ricordi particolari, simpaticissimi, curiosi e che credo possono servire a dare, a chi la vuole avere, l’idea di come era fatto questo “nostro” savese che ha movimentato non poco la vita savese in Piazza San Giovanni.
I dialoghi, le conversazioni fatte con Celestino e, su tutto, il suo credo politico
Alla fine degli anni ’70, credo che fosse l’autunno del 1978, aprimmo insieme ad alcuni “compagni”, allora si diceva così, un Circolo del proletariato giovanile, anche allora si diceva così, e lui, Celestino, era spesso e volentieri presente ai nostri incontri che spaziavano su tutto, ma proprio su tutto! Lui spesso, nel corso del dialogo, marcava sempre una cosa vitale: vietato vietare! Gli argomenti che avevano la precedenza erano sempre quelli “storici”: l’eccidio dei ventimila marinai anarchici russi che si ribellarono a Trotskij o a Lenin, e l’illusione, secondo Celestino, che la dittatura del proletariato, una volta preso il potere, non lo avrebbe mai mollato più e che quindi non poteva avere più sviluppo quella concezione “marxista” che dava la dittatura del proletariato solo come transizione per quella forma di realizzazione completa dell’uomo: l’anarchia! Convintissimo, Celestino, e su questo non sbagliava di certo dicendo che gli uomini una volta preso in mano il potere o il comando della vita socio-economica fanno di tutto, ma proprio di tutto, per tenerselo stretto stretto, andando a snaturare i principi e le cause che li avevano caratterizzati nel confronto con gli altri. Si parlava e si riparlava, si discuteva e si ridiscuteva e alla fine era sempre pronta la classica frase: “Celestino? Sciamini ca è tardu’!” Fosse stato per lui il Circolo che avevamo creato anzichè chiamarlo “Circolo del Proletariato Giovanile” lo avrebbe chiamato “Circolo del libero pensiero!” E insistette tanto affinchè cambiassi il titolo al collettivo! Non fui d’accordo, assolutamente. Ricordo molto bene, come se fosse stato ieri, i dialoghi e le rispettive posizioni su tutti gli argomenti trattati di quasi trentanni fa: per una settimana, di quell’epoca, trattammo il metodo contraccettivo. Noi, allora giovani di belle speranze, cercavamo misure alternative per poter vivere la libertà sessuale che le trasformazioni dell’epoca avevano messo in rilievo: Ogino Knaus, metodo Billing, profilattico, diaframma, pillola contraccettiva, erano i metodi contraccettivi presi in esame e al tempo stesso allargavamo la conoscenza, la loro funzione e gli effetti di riuscita. Celestino in quella settimana se ne venne fuori con una idea genialissima, si portò un prototipo meccanico per poter sviluppare la sua teoria in merito: “La spugnetta proletaria”. Questa sua “invenzione” consisteva in una spugnetta cilindrica di circonferenza simile alle pareti vaginali che aveva una funzione tutta sua e particolarissima: prima del contatto sessuale doveva essere applicata nella cavità interna vaginale, di seguito procedere all’atto sessuale. Seguendo il “filo logico” di Celestino e a contatto sessuale finito, la spugnetta assorbiva gli spermatozooi, evitando “il cammino” degli stessi verso le “Tube di Falloppio”, ostruendo, a suo parere sempre, il sistema fecondativo!
Ogino Knaus? Metodo Billing? No! Per Celestino...semplicemente la spugnetta proletaria!
La spugnetta poi dopo aver assorbito gli spermatozooi veniva tolta con una “pompetta” fatta apposta per estrarla! Restammo tutti incuriositi da tutto il sistema che Celestino aveva creato per illustrare meglio il suo “brevetto”! Ma torniamo al nostro “Gilistrinu”: nel 1978 organizzammo in Piazza San Giovanni una manifestazione con cartelloni che illustravano la disoccupazione giovanile e gli effetti collaterali che la stessa poteva avere sulle speranze di occupazione dei giovani e invitammo anche Celestino Pesare alla nostra mostra-dibattito. Aprì io la discussione sull’argomento, dando la mia “versione” sul problema, il mio intervento mirava soprattutto sulla ristrutturazione capitalistica dopo il boom economico degli anni ’60 con la matematica espulsione dal ciclo produttivo, e di conseguenza della perdita del posto di lavoro, aggravando ancora di più le speranze dei giovani a entrare nel mondo del lavoro.
Quella volta che parlò in Piazza in un comizio e conobbimo la parola “cibernetica”
Dopo di me intervenne Celestino Pesare che esordì così: “Cari savesi, oggi è una giornata storica, sapete perchè? Mi stanno facendo parlare!” Si è sempre sentito “tagliato” fuori da tutti e da tutto ma questo può capitare e credo che a Celestino sia capitato più di una volta! Torno sul suo intervento in tema di disoccupazione: “Cari cittadini savesi sapete cosa dice la cibernetica?” Dopo questo esordio aprì un minutissimo vocabolario di italiano e iniziò a leggere: “La cibernetica è la scienza applicata che mira a riprodurre le operazioni del cervello umano in complessi meccanici o elettronici”. La soluzione al problema della disoccupazione, Celestino, l’aveva trovata in questo modo! Proseguì: “Quindi io dico che oggi (e allora si era alla fine degli anni ’70) le macchine posso fare tutto, anche vendemmiare e pigiare l’uva, e quindi l’uomo deve interessarsi ai diversi aspetti della sua esistenza biologica, a condizione che il frutto del lavoro delle macchine venga distribuito in parti eque a tutti gli esseri viventi”. Da allora conobbimo la...cibernetica! Illustre sconosciuta nel nostro linguaggio tardo marxista! Dopo pochi mesi il nostro Circolo lo chiudemmo e consegnammo la chiave alla proprietà in quanto più di qualcuno si era sottratto agli impegni economici presi inizialmente: le nostre tasche non erano poi tanto vuote ma evidentemente, a molti, risultò una cosa alquanto effimera proseguire quella esperienza. A me dispiacque molto questo, poi ognuno di noi si è rifugiato nel privato, c’è stato chi ha voluto vivere il cosiddetto momento aggregativo dello stare insieme, chi ha proseguito il tipo di vita che aveva prima, chi è andato via da Sava: avevano solo ventanni! Celestino era sempre in Piazza San Giovanni nella sua indimenticabile Fiat 600 tinteggiata di rosso e di nero! Mi fermavo spesso, anche dopo la chiusura del Circolo, a dialogare con lui ma se iniziavamo a parlare per qualche minuto la cosa poi si protraeva per alcune ore e modificava il resto del mio programma pomeridiano o serale.
Non mi parlò mai della sua vita privata e questo era l’unico limite delle nostre conversazioni
Ricordo che quando nacque mia figlia, era l’inverno del 1983, la volle vedere e mi lasciò un sorriso che porto ancora dentro di me, indelebile. Quando mi incontrava mi vedeva sempre fugace, troppo drastico e sempre di corsa! Celestino mi vedeva cambiato, non vedeva più quel “Giovanni arrabbiato” che conosceva prima. Già, si cresce...Nelle successive volte che ci incontravamo, a piedi o con la bicicletta, con la bimba che cresceva, mi guardava sempre con gli occhi dolci e parlava di tante piccole e brevi fiabe che attiravano l’attenzione vispa di Maria Romana. Lo scambio del gelatino era d’obbligo, come era d’obbligo chiedergli sempre “Come và”? Mi sarebbe piaciuto tanto che mi avesse parlato della sua vita privata ma, oltre al fatto di non averlo mai chiesto, mi è sempre sembrato che quello erano l’unico limite che metteva alle nostre conversazioni. Lo incontrai l’ultima volta in un lontano aprile del 1990 era da molto tempo che non lo vedevo e mi sembrò provato dalla vecchiaia, era sceso di peso in modo vertiginoso, lui che aveva una stazza fisica imponente e massiccia, mi disse che viveva in una casa di riposo in un paese limitrofo a Sava e mi sembrò desolato e sconfortato. Fu un grande piacere rivederlo, era da tanti anni che non lo vedevo e che non avevo più sue notizie. Il volto stanco, il colore del viso olivastro: era rimasto questo di Celestino Pesare, il “compagno” Celestino, l’anarchico Celestino, l’amico Celestino. Il vecchio leone che ruggiva a squarciagola, contro la chiesa e contro i preti, contro lo Stato e contro i partiti, era lì immobile e vulnerabile.
Contro la Chiesa, contro lo Stato, contro la guerra a favore della pace: fu il motto della sua vita
Con voce flebile, lui che aveva avuto sempre un tono di voce marcato e alto, sembrava che stesse centellinando le parole, quasi a volerle misurare una per una, l’ultimo dialogo fu in questa occasione: parlammo della materia, dello spirito, dell’uomo e di quello che avrebbe voluto ancora fare ma si fermò su di un particolare importantissimo: “In cosa abbiamo creduto noi, Giovanni? Dimmi! In cosa abbiamo creduto? Abbiamo creduto nelle nostre idee, vero? Bene: cosa ne abbiamo avuto? Avessi almeno creduto nella fede religiosa forse ora avrei una speranza…”. Mi rattristai tantissimo a questa sua affermazione, i miei occhi si annebbiarono, non ebbi più la forza di stare neanche un minuto in più: lo salutai, capì molto bene il mio disagio e prima di andarmene mi disse: “Giovanni? Dai un bacio alla bimba!” Gli risposi che nel fra tempo avevo avuto un altro bimbo e lui: “Lo so Giovanni, lo so. Dagli un bacio anche a lui!” Aveva saputo tutto di me. Tornai a casa quel giorno, tristissimo in volto e tutto il resto...
“Ggiuà? Sava eti terra ti cannazza! Cenca chianti chianti quà nnò cresci nienti!”
Ciao Celestino...resterai sempre uno straordinario ballerino che ha ballato in questa Sava che non cambia mai...Ricordi? “Giuà? Questa eti terra ti cannazza! Cenca chianti chianti quà nnò cresci nienti!” Morì il 18 giugno del 1992 nella casa di riposo di Martina Franca a 78 anni...
Giovanni Caforio
CELESTINO PESARE E IL SUO
STRAVAGANTE, MA LOGICO,
MODO DI PENSARE
Esiste un limite tra realtà e fantasia? Forse se riuscite a seguirmi in questa storia vi accorgerete che c’è stata una persona che è riuscita, per gran parte della sua vita, a vivere sul margine che separa queste due dimensioni e forse spesso un pò più propenso alla seconda.
Ma non una fantasia qualunque, piuttosto una fantasia con una logica tutta particolare e altamente personale. Stiamo parlando di Celestino Pesare.
È possibile che alcuni di voi, vivendo a Sava, l’abbiano conosciuto direttamente, io mi devo invece accontentare di delineare la sua figura attraverso i racconti e gli aneddoti che mi sono stati forniti su di lui. Trovo straordinario poter raccontare una vita di una tale e-straneità.
E-straneità perché Celestino era straniero tra la sua gente, straniero nella sua terra, straniero nel contesto storico e sociale in cui si trovò a vivere. Ma la “e” che io ho unito con il trattino sta a significare che lui era comunque unito a questo mondo, lo viveva nella sua interezza e costituiva l’anello di congiunzione tra ciò che c’è, che esiste ed è reale e ciò che si vorrebbe ci fosse.
Il suo modo di vivere la vita, tutto particolare in verità, aveva un effetto straordinario: quello di farti vedere la tua vita da un altro punto di vista.
Ognuno di noi è tentato di vivere come la propria testa gli suggerisce ma ci sono delle regole, dei costumi, dei comportamenti da rispettare se non si vuole risultare fuori dal mondo o essere classificati come “matti”. Ci vuole coraggio, tanto coraggio nel portare avanti ideali che con il tempo forgiano una persona fino a trasformarla completamente.
Saremmo disposti noi, per un credo, ad andare contro tutto e tutti? Contro la morale e, perché no, contro le leggi dello Stato? Celestino fece anche questo. Portò avanti una sua idea, con coraggio, fino alla reclusione.
Vi racconterò come andò grazie alla preziosa e simpatica testimonianza dell’avvocato Antonio Pesare: «Oltre venticinque anni fa mi capitò di seguire un processo penale a Manduria in cui era testimone Celestino Pesare. Al momento in cui doveva deporre la sua testimonianza avrebbe dovuto ripetere le classiche parole del giuramento di rito che, l’allora Pretore Franca Bandiera, pronunziò per far sì che il testimone ripetesse e che recitavano: “Repubblica Italiana. In nome di Dio e del popolo italiano…”. A questo punto Celestino Pesare si bloccò e disse “Giudice io posso giurare in nome del popolo italiano, anche se fetente, ma non posso giurare in nome di Dio perché costui io non l’ho mai conosciuto”.
A nulla valsero i miei ripetuti tentativi di convincimento. Il Pretore si vide quindi costretto a sospendere l’udienza e a procedere per direttissima nei confronti di Celestino Pesare perché il Codice Penale di allora diceva che era un reato penale, punibile quindi con la reclusione, non giurare in nome di Dio. Celestino venne così condannato a quattro mesi di reclusione (il minimo della pena) con la condizionale perché non fu mai un pregiudicato. Era una persona che ragionava a modo suo, però non ha mai commesso alcun reato. A distanza di circa vent’anni da questo episodio mi ritrovai in piazza con Celestino e gli dissi: “Celestino ricordi quando ti hanno condannato a quattro mesi di reclusione?! La Corte Costituzionale ha eliminato dal giuramento di rito penale “In nome di Dio”. E a questo punto Celestino Pesare mi rispose: “Certo che dopo vent’anni si ricordano che Celestino Pesare aveva ragione!”
Incontro con l’avvocato Antonio Pesare
“Celestino Pesare era un savese
molto colto, ma a modo suo”

Che idea si era fatto di lui, avv. Pesare?
«Celestino era un uomo che leggeva molto e studiava, addirittura una volta vidi che nelle mani aveva il Diritto Romano che si studia nelle Facoltà di Giurisprudenza. Era un personaggio molto colto, ma a modo suo. Prima di morire disse al fioraio di Corso Umberto, Michele: “Sono stato comunista però nessun comunista è mai venuto a trovarmi durante la mia malattia! Adesso mi convinco chi era quella gente che certamente non era quella che io credevo in quel partito!”
Il caso volle che i rapporti dell’avvocato Francesco Pesare con Celestino continuarono anche dopo la morte di quest’ultimo. Infatti «quando Celestino Pesare morì a Villa Verde fu trovato vicino al letto su cui dormiva un sacchetto di plastica con dei soldi e documenti vari. Io fui nominato dal Pretore per provvedere ad amministrare questi suoi averi e un suo immobile, una casa ereditata dalla madre. Non si sapeva chi fossero i suoi parenti ma mi vennero a trovare alcuni suoi cugini residenti a Genova che volevano sapere cosa si dovesse fare con questa casa. Per legge dovevamo dare il via a un giudizio di eredità giacente per far sì che l’immobile andasse ai parenti più stretti, in questo caso i cugini. Visto che la citazione per eredità giacente deve essere notificata agli eventuali intimi parenti presenti, non conoscendoli, l’unica cosa che potei fare fu quella di prendere un elenco telefonico di Genova, cercare persone con lo stesso cognome e chiamare. E infatti feci proprio così e telefonai ad un certo Giuseppe Pesare al quale dissi: “Chiamo per conto di suo padre Celestino Pesare”. La sua risposta fu semplicemente “Non ho padre!” e riagganciò il telefono. Avendo avuto l’esatto indirizzo notificai lì la citazione di eredità giacente. A questo punto mi chiamò un anziano avvocato di Genova per sistemare questa situazione e mi informò che i fratelli erano due e vivevano insieme. Loro erano interessati alla vendita dell’immobile per chiudere con tutta la faccenda. Fu allora che scoprimmo che sull’immobile vi erano delle ipoteche da parte dello Stato di piccole somme, la più alta cifra poteva essere di mille lire, relative a delle contravvenzioni che lui non aveva mai pagato perché sosteneva di avere ragione e che quindi non fosse giusto pagare. Una di queste riguardavano un decreto penale di condanna per lire mille perché aveva abbattuto con il piccone un camino, non di sua proprietà, che quando c’era scirocco faceva entrare il fumo in casa sua. Quando, qualche anno prima, ci incontrammo in piazza io gli consigliai di pagare l’ammenda e di leggere bene cosa c’era scritto sul documento che riportava: Repubblica Italiana in nome del popolo italiano…: “E io - disse Celestino - tanto scemo sono che appartengo al popolo italiano mi condanno io stesso?!”».
Manuela Chimenti





