L’architetto Massimiliano Saracino presenta il suo progetto di parco pubblico per la “Villa vecchia”
Venerdì 8 gennaio si è svolto in sala Amphipolis un incontro con la cittadinanza, per illustrare ai presenti un progetto di parco pubblico, realizzato dall’architetto Massimiliano Saracino, un savese residente ormai da diversi anni nel Varesotto. L’incontro è stato introdotto dal direttore di Viv@voce Giovanni Caforio, dopo il quale vi è stato l’intervento di Saracino, che ha voluto parlare non tanto della sua idea progettuale, quanto dell’importanza culturale dell’iniziativa. Un’iniziativa mirata soprattutto a coinvolgere la cittadinanza savese nella tutela del bene pubblico. “L’idea è nata da una passeggiata in via Cinieri, una strada completamente abbandonata, utilizzata come parcheggio per gli insegnanti. Un’area che potenzialmente potrebbe portare a uno sviluppo per questo paese. La novità è interessare a quest’operazione la popolazione, che è abituata a curare solo il proprio orto. Io l’ho chiamata ‘progettazione partecipata’ o ‘realizzazione partecipata’ “. Ciò che l’architetto Saracino vorrebbe realizzare è un progetto povero, ossia un parco costituito da opere edili minime, accompagnate dall’azione dei cittadini. “Creare l’evento che porta a migliorare Sava. Perché deve essere un progetto povero? I parchi più belli che ho visto in giro per il mondo sono quelli semplici. Il parco lo intendo come un pezzo di campagna dove un vecchio può dormire. Perché in questo modo si può essere educati alla vita collettiva. La nostra campagna è bellissima, la gente si innamora della ‘terra rossa’ del Salento. Dobbiamo imparare a valorizzarla”. Ma il progetto principale è educare i cittadini ad un maggior rispetto verso la propria terra, per migliorare l’immagine del paese nel resto d’Italia. “Il progetto a cui tengo di più non è tanto quello architettonico, quanto quello culturale. Ho cercato di coinvolgere quanta più gente possibile in questa iniziativa, ho creato un gruppo su Facebook, -ha continuato l’architetto- ma purtroppo oggi non vedo molti partecipanti. Quando sono andato ad abitare al Nord, mi sono educato ad un maggior coinvolgimento civico. Non bisogna accontentarsi, bisogna capire che il paese è ‘nostro’. Si può educare la gente non punendola, ma facendo capire l’importanza delle cose”. L’incontro, nato come un forum collettivo, è poi proseguito con gli interventi di alcuni dei presenti. Tra essi, l’architetto Luigi De Marco, dirigente dell’ufficio tecnico del Comune, che ha sottolineato due limiti essenziali: l’atteggiamento culturale dei cittadini, e il problema del finanziamento. “Nonostante l’atteggiamento propositivo dell’amministrazione in questi anni, quali sono i mali di questa realtà? La cosa più importante è il problema del bilancio, del reperimento delle risorse. E in secondo luogo i limiti culturali del cittadino savese, la mancanza di rispetto per il bene pubblico. Occorre ragionare in termini di territorio, di visione complessiva. L’amministrazione sta avviando il Pug, che non potrà prescindere da Facebook, dai forum, da Viv@voce”. Anche l’assessore all’Informatizzazione Ivano Decataldo, si è soffermato sulla mancanza di partecipazione da parte delle persone. “L’iniziativa dell’architetto Saracino è encomiabile, perchè vuole stimolare il tessuto sociale dal punto di vista culturale. Le risorse del Comune sono esigue, ma le cose che vengono fatte non sono rispettate, vengono spesso distrutte. Su Facebook vi sono 844 iscritti a questo gruppo. E quindi posso dire che manca la sensibilità a partecipare attivamente, ma non quella per criticare pesantemente Sava. La critica va accettata se fatta sul campo. Bisognerebbe capire come far partecipare e coinvolgere altri cittadini. Occorre focalizzare un punto: il rispetto per il bene pubblico”. E quindi l’incontro si è concluso con l’intervento del Capogruppo consiliare del PD Mimino Pichierri che, dopo aver lodato l’amico Massimiliano per l’interesse dimostrato per la terra savese, pur vivendo lontano, ha ricordato gli interventi sul territorio effettuati dall’amministrazione comunale. Piazza San Giovanni e dintorni, recupero delle ‘scuole bianche’, e le due ville. “Non c’è stato nessun intervento strutturale negli ultimi 50 anni sulle due ville adibite a verde: Piazza Risorgimento e Piazzale Europa. La nostra scelta è stata: ristrutturare le due ville comunali. Questa è la scommessa. Perché modificare queste due aree significa mettere in moto lo sviluppo economico. Abbiamo operato nell’interesse della città. Il problema della partecipazione è fondamentale e prioritario. Ne terremo conto come amministratori”.
Intervista all’architetto
Massimiliano Saracino
L’importanza di un grande parco per Sava
Il nostro paese, Facebook e i tanti savesi che hanno aderito dal web a questa bella iniziativa
Architetto Massimiliano Saracino, lei è un savese che ormai vive al Nord da diversi anni. Come è nata l’idea di questo parco?
L’idea del parco è solo il pretesto per lanciare una sfida sociale, una proposta di partecipazione attiva della popolazione per la costruzione di uno spazio pubblico, per dare la possibilità a tutti di contribuire al bene comune e di conseguenza goderne. Nelle mie brevi incursioni “stagionali” mi capita di constatare una sorta di impotenza da parte di alcuni concittadini, in altri, invece, spesso rilevo solo critiche distruttive dell’operato di pochi. Chi lavora sbaglia, chi sta a guardare critica. Questo credo sia uno dei mali che sta facendo morire la nostra società. Le critiche devono essere seguite da proposte. La mia nasce dalla constatazione di uno stato di oblio; ed è seguita, ovviamente da una proposta. E’ un esercizio che può generare anche idiozie, che magari si possono rivelare geniali. Proporre nuove strade mettendoci la faccia. Un esercizio che propongo e spero possa diventare la regola.
Pensate che risorse si riuscirebbero a mobilitare se ogni critica o polemica fosse accompagnata da una proposta alternativa.
In quale zona di Sava, potenzialmente, potrebbe nascere questo parco? Quali saranno le fasi per la sua costruzione?
L’ho denominato “parco” solo per dare l’idea di un contesto paesaggistico suggestivo, ma in realtà, date le dimensioni, si tratterebbe di un grande giardino.
L’idea non nasce dalla necessità di dotare il paese di uno spazio verde ma di riqualificare una grande area urbana utilizzata male, allo scopo di creare uno spazio ricreativo all’aperto dove si possano svolgere attività di aggregazione e ricreative. Si tratta semplicemente di mettere insieme due aree già destinate a verde, la “villa Vecchia” e il giardino dell’ex Istituto Regina Elena, attraverso la “trasformazione” dello stradone via Cinieri, nel tratto antistante le aule della scuola elementare, da distesa inutile di asfalto, in spazio verde con alberi e panchine.
Nell’incontro dell’8 gennaio in sala Amphipolis lei ha parlato di ‘progettazione partecipata’ o ‘realizzazione partecipata’. Cosa vuol dire esattamente?
L’iniziativa “partecipata” non ha, in questo caso, lo scopo di reperire idee e risorse, per sopperire ad eventuali carenze da parte dell’amministrazione o degli uffici del Comune preposti alla programmazione delle opere pubbliche.
La proposta si pone l’obiettivo, molto ambizioso, di far interagire l’amministrazione con la popolazione nell’intento comune di realizzare concretamente lo spazio pubblico, da godere, ma soprattutto da rispettare.
Attraverso l’ideazione e realizzazione comune si pensa di infondere ai partecipanti il senso di proprietà sociale, ed il conseguente rispetto della cosa comune in quanto verrà sinceramente percepita come propria. La profonda collaborazione richiesta dal progetto certamente potrà aiutare anche ad unire tutti i membri della comunità, un po’ come si fa per la costruzione delle Chiese. I livelli concreti di partecipazione sono tutti da definire; è un esperimento, con una traccia, ancora da sviluppare nei dettagli, ma sicuramente fattibile. Per quanto riguarda la “progettazione partecipata” ad esempio si potrebbero organizzare dei concorsi di disegno nelle scuole, per la definizione di determinate aree all’interno del progetto generale, che comunque deve avere una struttura compositiva, quella che gli architetti devono tracciare. Per la “realizzazione partecipata”, invece, si potrebbero organizzare delle giornate a tema, per la piantumazione degli alberi o la sistemazione di aiuole, o per la futura e necessaria manutenzione. Gli scenari sono tanti, l’importante che conducano al medesimo obiettivo e cioè quello di interessare la gente alla cosa comune.
Nella sua esperienza di architetto e nei suoi viaggi all’estero, ha visto esempi di parchi costruiti secondo la ‘realizzazione partecipata’?
All’estero la progettazione pubblica segue altre logiche, rispetto a ciò che viene fatto in Italia, così come è diverso il senso dello Stato e quindi il rispetto dell’opera pubblica. Nel Nord Europa, ad esempio, lo spazio pubblico è sacro, quanto lo può essere un luogo di culto, e pertanto rispettato. Così sta diventando nei paesi dell’ex blocco sovietico, che da questo punto di vista stanno facendo dei grossi passi avanti. In Francia, in Spagna ed in altre realtà anche internazionali tutte le opere pubbliche hanno una visibilità totale e sono spesso soggette al giudizio della popolazione. Il progetto è sempre affidato tramite concorso, al contrario di come accade in Italia. Si organizzano mostre e convegni intorno all’evento, per la partecipazione di quanti vogliono prenderne parte. Anche in Italia esistono ottimi esempi di progettazione partecipata, molto isolati, che si concretizzano sostanzialmente attraverso un concorso di idee, il quale può prevedere l’incontro con i soggetti che usufruiranno dello spazio pubblico. Un aiuto al progettista che in questo modo riesce ad incamerare una serie di bisogni ed esigenze che in una normale procedura di analisi possono sfuggire. La realizzazione partecipata credo sia una novità. Non per questo debba essere vista con scetticismo, anche perché suo scopo non è esclusivamente migliorare la progettazione o realizzazione dell’opera architettonica, ma recuperare un profondo senso civico che porterebbe innumerevoli benefici alla comunità. Un impegno che non ha un tornaconto personale ma collettivo, difficile da realizzare in una struttura sociale individualista, dove anche un atto di generosità è sempre visto come la maschera per nascondere un diabolico piano di arricchimento personale. Il modo in cui è stata accolta e pregiudicata la mia iniziativa ne è un esempio.
Qual è l’immagine di Sava e in generale della zona del Tarantino al Nord? Soprattutto dopo il servizio delle IENE?
La Puglia gode di una grande considerazione, sia nel Nord Italia che nel resto del mondo. Il Salento rimane una meta turistica privilegiata e ambita. I servizi televisivi che giustamente denunciano degrado e inquinamento sono evidentemente un ostacolo allo sviluppo turistico dell’aerea a cui si riferiscono. Per cui, mentre alcune zone della Puglia hanno visto un grande afflusso di turisti in cerca di arte, cultura e bellezze naturali, nonché relax, la zona del tarantino è rimasta meta solo di pochi affezionati e di coloro che vi si recano per ritrovare i propri cari. La responsabilità però non è da addossarsi unicamente alla cattiva pubblicità, che per altro riferisce un reale stato di fatto; più realistico è puntare il dito contro la carenza strutturale che è sotto gli occhi di tutti. Come ad esempio l’assenza di infrastrutture e strutture ricettive di tipo turistico e sociale e ancor di più l’ evidente cattiva cura del territorio.
La nostra Regione ha una potenzialità veramente enorme che non riesce ad essere liberata.
Le poche iniziative pubbliche e private sembrano arenarsi in partenza. Sembra non esistere più il pensiero logico secondo cui se un territorio è rispettato nella sua natura, organizzato nella sua società e nelle sue strutture d’accoglienza diviene automaticamente un territorio prospero e con esso prospereranno anche, e per primi, i suoi cittadini che se capaci di sfruttare consapevolmente e con rispetto detta situazione, potranno godere di una qualità di vita enormemente maggiore. Oggi sembra esistere solo la possibilità di un arricchimento personale. Vorrei fare un esempio: sempre più si sta sviluppando una società attenta alla qualità della vita e dunque dei prodotti che acquista e soprattutto di quelli di cui si nutre; coloro che appartengono a questo nutrito gruppo difficilmente acquisterà prodotti provenienti dal tarantino, a causa dell’inquinamento atmosferico dell’Ilva e della possibilità di avere una falda inquinata dai liquami. Un danno economico che riguarda la maggiore risorsa che abbiamo nel nostro paese, e cioè l’agricoltura “biologica”, la coltura “sana”.
Lei ha creato un gruppo su Facebook per la costruzione di questo parco. Gruppo che conta più di 800 iscritti: cosa le hanno comunicato appena hanno saputo di questa sua idea?
In un primo momento c’è stato un grande interesse, in particolare delle mamme, le quali cercano un posto dove andare a passeggio con i propri bambini. Ci sono molti scettici che hanno una pessima considerazione del savese medio e altri che hanno solo voluto iscriversi per fare presenza, perché magari si sentono legati emotivamente ai luoghi ma che sono indifferenti al degrado. Gente che critica lo stato di abbandono ma non propone soluzioni. Per questo ho cercato anche la maniera di organizzare la realizzazione dell’iniziativa, senza un adeguato riscontro, purtroppo. Credo che questa gente abbia bisogno di incontrarsi dal vivo, di toccare con mano il cambiamento e la partecipazione, di leggere negli occhi di tutti l’entusiasmo e la voglia di fare. Guardi, l’idea di chiamare a partecipare tutta la gente alla realizzazione di un’opera pubblica mi è venuta in mente un giorno riflettendo sulla capacità che gli italiani hanno di affrontare una situazione di emergenza. Dopo le calamità naturali escono fuori sentimenti e capacità. Ecco, facciamo finta di essere stati investiti da un evento distruttivo e uniamoci nell’interesse comune. Con tutto rispetto per coloro i quali sono stati vittime di veri eventi distruttivi. Nella rete sembra esserci una grande risorsa in cerca di una guida, di istruzioni, di un indirizzo. Purtroppo la classe politica non si accorge che molta gente non riesce più a capire i suoi discorsi e molti altri sono talmente stanchi di credere per poi essere costretti a dure disillusioni che non ascoltano nemmeno più. Per chi non mastica il politichese, le diatribe politiche “sembrano” solo delle battaglie per accaparrarsi delle poltrone. Attraverso Facebook, poi, qualcuno ha trovato il coraggio per esprimere una opinione costruttiva. Nostro dovere è portare in piazza questa gente, farla incontrare e discutere. Lo scambio di opinioni è il miglior strumento di crescita e sviluppo. I giovani politici di Sava devono trasportare il popolo di facebook in piazza e sentire cosa hanno da dire.
Lei ha presentato la sua proposta all’amministrazione savese.
Qual è stata la reazione dei rappresentanti politici della città?
Vi è stato interesse?
Ho registrato una sorprendente reazione positiva da parte di alcuni Consiglieri e assessori, basti pensare che all’incontro dell’8 gennaio erano presenti più amministratori che cittadini.
Non sono in grado di interpretare il loro interessamento, però.
La loro apertura a questa iniziativa è un fatto positivo, ma questo ha poca importanza. Deve essere l’azione corale a fare da traino anche ai politici; la forza dell’iniziativa risiede nella capacità che avrà la collettività a promuoverla, sostenerla ed alimentarla.
L’amministratore dovrà cogliere il cambiamento e mettere a disposizione gli strumenti per realizzarlo. La popolazione deve capire che può essere protagonista del cambiamento non solo attraverso il voto, ma anche con azioni concrete di partecipazione alla vita pubblica.
Al Nord vi è maggior rispetto per la cosa pubblica. Cosa si può fare per educare anche i cittadini del Sud al senso civico?
Si possono fare tante cose. Io ne ho proposta una.
Non ho la soluzione al problema ma una possibile strada da sperimentare. La mia, infatti, non è una ricetta, è una speranza. Vi posso solo portare la testimonianza di come si può essere più ricchi godendo delle cose pubbliche. La ricchezza collettiva è una enorme risorsa che avete il diritto di pretendere poiché date il vostro contributo monetario alla società. Lo Stato non è un ente astratto da depredare, ma qualcosa di nostro che scegliamo di condividere con tutti i membri della società in cui viviamo. Se la mia casa di città non ha un giardino davanti all’uscio ma un parco oltre la strada qual è la differenza?
I miei figli ci possono giocare sereni io posso prendermi cura del vialetto scambiando due parole col vicino, che importanza ha se il parco no è solo mio?
Lei ha fiducia nel futuro di Sava? Pensa che la situazione potrà migliorare?
Certamente, altrimenti non avrei proposto niente. C’è bisogno di un cambiamento profondo della società, ma questo vale anche a livello nazionale.
Siamo diventati un popolo di “critici”; nei bar siamo un po’ tutti allenatori di calcio e architetti, sindaci o amministratori di condominio, distruggendo tutto quello che qualcuno cerca di fare, anche a fatica. Siamo un popolo di conservatori, non sperimentiamo mai, per paura di essere massacrati. Cerchiamo solo ed esclusivamente il tornaconto personale. Nella storia e nella cultura del passato cerchiamo la nostra identità, senza renderci conto che non stiamo lasciando niente della cultura contemporanea.
Possiamo attuare questo cambiamento partendo dal nostro piccolo paese, così avremo modo di chiamare “Le iene” e altre testate di informazione, per mostrare quanto siamo in grado di fare.
La situazione DEVE migliorare, ma con l’aiuto di tutti, perché se, invece, tutti quanti aspettiamo che qualcuno la migliori non succederà mai niente.





