Antonio Pentassuglia e Chiara Melle: il nostro giornale li vuole ricordare...
Febbraio e Marzo 2007: una tristissima pagina nella vita della nostra comunità …
Il paese fu scosso dalla morte dei due giovanissimi ragazzi, Antonio Pentassuglia e Chiara Melle, morti entrambi a meno di 25 anni e in quei tristissimi due mesi viv@voce provò, in modo freddo, a lanciare un messaggio a tutti i giovani savesi a fare attenzione alla loro giovane età e a volersi per davvero bene. Per l’importanza della triste perdita di Antonio e di Chiara pubblicai due articoli che, rileggerli ora, mi sembrano sempre più attuali. Li ripubblico, rispettando sempre il dolore dei familiari, con la convinzione che quella analisi da me fatta, pur nitida e glaciale, non ha voluto in alcun modo offendere nessuno ma ho solo cercato di dare un quadro a queste nostre nuove generazioni così diverse da quella nostra
La morte di Antonio: una tristissima perdita nella nostra comunità
Ma non sono figli di Ogino Knaus ...
A volte, è difficile convincere i giovani che questa vita va vissuta tutta, fìno in fondo e che devono volersi bene
La morte di un ragazzo di venticinque anni ci porta automaticamente a pensare che la cosa, o meglio il dramma, poteva toccare a tutti noi, genitori che siamo sulla mezza età. Morire a 25 anni è brutto, molto brutto. Allora ci chiediamo come genitori dei ragazzi di oggi se certe volte la morte può essere evitata e provare a convincere i nostri ragazzi che questa vita va vissuta tutta, fino in fondo, con le sue difficoltà, con le sue aspettative e le sue felicità. Nei drammi, nelle tragedie, il dolore lo sa solo che è investito direttamente dal problema e noi di riflesso ci chiediamo se questi ragazzi a volte sciupano la loro stessa vita. Sugli aspetti privati non entriamo assolutamente ma su quelli della loro crescita si. Li conosciamo abbastanza bene. Li abbiamo vissuti in prima persona, abbiamo seguito i loro primi vagiti, le loro crescite, le loro transizioni anagrafiche, i loro inserimenti nei diversi contesti, sia quelli scolastici che quelli associativi. Li abbiamo seguiti, certo che li abbiamo seguiti. E’ come un susseguirsi di immagini frenetiche, le quali ci passano davanti agli occhi con tutti i loro momenti: l’asilo, i primi amici, le loro prime feste di compleanno con classica torta e il numero dell’età che stavano per compiere, il passaggio dall’asilo alle scuole elementari, il loro primo grembiulino a fondo nero o azzurro con il successivo distintivo della classe di appartenenza. E che dire dei loro primi interessi? Il calcio su tutto: pronta l’adesione ad una squadra di calcio locale e pronto già il loro idolo che si poteva chiamare Ronaldo o Del Piero ma che non disdegnavano le canzoncine di Cristina Davena o i cartoni dei Power Rangers o quelli della tartarughe Ninja. I loro primi carnevali con le maschere in auge del momento, i coriandoli e il viso dipinto con cerone o i baffi finti che venivano fatti sui loro giovanissimi visi. La loro prima bicicletta, la mountain bike su tutto, e i loro album di raccolta di figurine dei calciatori e gli innumerevoli doppioni che trovavano nelle bustine. Magari con la scuola elementare sotto casa ma con le scuole medie abbastanza lontane e loro che, nella fase iniziale, si facevano accompagnare ma che poi, di seguito, rifiutavano l’accompagnamento. Volevano sentirsi grandi, anzi si sentivano grandi e cominciavano a staccarsi da noi. La loro voce trasformata, i loro corpi in pieno esploi fisico. Il nostro orologio che ci veniva regalato alla cresima e che le nostre mamme custodivano gelosamente nei comò delle nostre case era un nostro lontanissimo ricordo, sostituiva il telefonino nelle loro abitudini. I computer nelle nostre case. E’ questo il loro mondo: il mondo telematico! Allora pronti gli innumerevoli squilli, gli sms di qualche amico/a fidato e di qualcuno interessato/a: le scuole superiori li attendono. Gli siamo stati vicini vicini, abbiamo discusso cosa era meglio per loro scegliere e, a volte, anche indirizzati nella scelta scolastica. Su alcuni loro amici noi genitori abbiamo sollevato qualche perplessità, ma poi ci siamo anche chiesti che se nel caso in cui fossimo vissuti in un grande contesto metropolitano, dove le persone a volte diventano numeri, come si saremmo dovuti comportare? Abbiamo seguito e accompagnato il loro modo di vestire alquanto stravagante con i pantaloni scesi e magari con più di qualche borchia d’obbligo. L’orecchino era già una moda che avevano alle elementari e ci siamo misurati con l’utilità del comparire di qualche tatuaggio che ha fatto discutere più di qualche genitore sul fatto di concedergli questa libertà di farselo. Ci siamo detti che magari fossero solo questi soli i problemi della loro generazione. Entrano i mondo a cui noi non è permesso entrare e la visione delle loro cose ha parecchi temi discutibili dal nostro punto di vista, sembrando a volte anche presuntuosi a non volerci convincere che loro sono diversi da noi e gli inutili e insignificanti esempi del classico dire “Ma noi alla loro età eravamo diversi”, non servono a niente. Altri tempi. Altre epoche, altre generazioni, noi se fossimo nati oggi avremmo fatto le stesse cose, né più e né meno. Allora vedevamo i ricambi generazionali nell’arco dei classici dieci anni e credevamo che i cambiamenti dovessero essere lenti in modo almeno da seguire questi spostamenti dei tempi. No, non è così, non è stato così. Essi appartengono ad un’altra generazione, ad un’altra epoca in cui non ci sono molti traguardi da raggiungere e dove gli ideali sono alla macchia. Le comodità che abbiamo e che gli abbiamo dato non gli hanno permesso di spaziare in un modo nuovo di intendere la vita sociale, se mai ci fosse ancora. Certo ognuno può dire che pensa alle cose sue, in modo da sentirsi immune da questi cambiamenti drastici: ma non si può aprire sempre l’ombrello e credere che l’acqua ci scivoli di lato. Con queste cose ci dobbiamo misurare e, se possibile, entrare nel loro mondo e vedere con gli occhi nostri ciò che i loro occhi vedono. E’ difficile questo, ma almeno ci dobbiamo provare. Poi crescono ancora ed è pronto il gusto del proibito: le sigarette, gli spinelli e la birra, o l’alcool. A volte sembra che sia un passaggio obbligatorio da questi pedaggi e se la transizione deve portare al rinsavimento allora siamo fortunati. Ma non sempre è così. A volte amano convivere con le droghe e più fortunati si fermano a quelle leggere ma i più “audaci” provano il classico braccio di ferro, sfidandosi e travolgendo le famiglie in queste scelte scriteriate. Il risultato, a volte, è sotto gli occhi di tutti noi: si fanno male da soli, non si vogliono bene. In non pochi casi l’alcool poi è diventato uno dei migliori loro amici, scordando che le droghe possono portare alla loro esaltazione ma l’alcool no!
L’alcool porta allo sdoppiamento della loro persona a non voler farsi riconoscere più di quello che si era prima. Ma sono già grandi questi nostri ragazzi, hanno superato alla lunga il diciottesimo anno di età e sono maggiorenni, per la legge però. Allora la stravaganza li porta oltre il lecito, correre con l’auto, fare le curve stradali a velocità sostenuta magari causando disagi a quelli che vengono nel senso opposto. Sfidano la macchina ma scordano che sono loro i padroni della macchina, gli autisti che nel bene e nel male determinano la guida. Ma questi ragazzi li abbiamo fortemente voluti, con tutto noi stessi e dobbiamo ricordargli sempre che questa vita va vissuta tutta e fino in fondo e devono dare una regolata alle loro abitudini e, particolare non ultimo, sono figli nostri e non di Ogino Kanus…
Forse adesso c’è qualcuno che nasce, sicuramente c’è qualcuno che muore, ma Chiara è morta per una sola colpa: quella di non avere colpe!
Tanti anni fa c’era un gruppo di bambine che cominciavano le scuole elementari a Sava e questo gruppo di bambine all’interno della scuola aveva avuto la fortuna di avere una maestra eccezionale che aveva individuato, tra tanti alunni, questo gruppo abbastanza competitivo e lesto, molto lesto nell’apprendimento scolastico. Queste bambine, oltre ad essere competitive tra di loro, avevano un ottimo rapporto di amicizia extrascolastico e noi genitori, che seguivamo la loro crescita, cominciavamo ad abituarci all’idea che non avrebbero avute molte difficoltà a inserirsi nei vari e diversi contesti successivi. Il loro profitto scolastico era ottimo, ci sentivamo pieni di orgoglio quando vedevamo le loro straordinarie pagelle con tantissimi ottimo e nella loro crescita dimostravano di conservare tutte queste premesse iniziali. Crescono, escono dalle scuole elementari e si avviano alle medie inferiori, qualcuna di loro viene divisa scolasticamente ma conservano intatto il loro rapporto di amicizia poi, questo si sa, si cambiano le amicizie e di seguito si scelgono le persone che possono essere affini a loro stesse. Questo capita, capiterà sempre in tutti i processi di crescita. Chiara faceva parte a pieno titolo di questo gruppo straordinario di bambine, oggi tutte dottoresse: Elisa, Paola, Valentina, Anna Chiara, Maria Romana. L’approccio al mondo accademico nella capitale le aveva dato quella tanto desiderata laurea in legge: la dottoressa Chiara Melle! Il sogno di diventare giudice dei minori era lì a due passi: ci voleva solo un poco di tempo. Ma Chiara il tempo non lo ha avuto! A Chiara il tempo gli è stato negato, a volte nelle partite di calcio la squadra che sta perdendo cerca nei minuti di recupero, che concede l’arbitro, di poter raddrizzare le sorti della partita compromessa: ma Chiara questa partita della vita non l’aveva concordata, Chiara la partita della vita la stava iniziando ed era ai primissimi minuti quando la sorte, o dicasi anche destino (ma qui il discorso viene ripreso di seguito) le ha sbarrato la strada in modo irreversibile. La sua vita è andata via, sono stati bruciati i suoi sogni, distrutti i desideri, sradicate le passioni, cancellati gli amori ma anche distrutti i genitori, il fratello, le sue amatissime zie e l’affettuosissima nonna. Già...questa è la realtà oggi, la vita di Chiara non c’è più, non c’è più Chiara, non c’è più la giovanissima dottoressa in legge Chiara Melle. A volte i genitori si pongono davanti a simile tragedie con dei sensi di colpa sulle cose che avrebbero potuto fare e che invece non hanno potuto o voluto fare: questo fatto naturale assale tutti i genitori che hanno avuto la sfortuna di perdere i propri figli, vale per i genitori di Antonio Pentassuglia come vale per i genitori di Chiara Melle, bella bruna mediterranea. E’ difficile, forse impossibile, accettare questa realtà nuova che si impone arrogantemente nella vita di chi il figlio lo ha perso. Due numeri fa nel nostro giornale abbiamo dedicato una pagina intera all’altra perdita giovanissima nella nostra comunità di Antonio ed esortavo a grande titolo che i giovani devono volersi bene e che questa vita va vissuta tutta e fino in fondo, ma Chiara si voleva bene e la vita la voleva vivere tutta e fino in fondo! Un lettore ci ha inviato una lettera molto cruda, per certi versi reale, e si soffermava sulle diversità delle vite di Antonio e di quella di Chiara stroncate entrambe in un incidente stradale. I drammi sono drammi e credo che soltanto le persone che li vivono sanno cosa vogliono dire, pertanto alla luce di tutto ciò abbiamo due giovanissime vite stroncate, cancellate completamente e che vivono nei ricordi delle persone che le hanno amate e volute soprattutto. Allora ci viene naturale porci la domanda: “fra destino o volontà?” Ci sono persone che credono nel destino, nel dire che tutto è stato segnato da qualche parte e, davanti a simili tragedie con una forte convinzione della fede si fanno forza e devono, si devono, andare avanti. Altri invece, e qui non siamo tutti uguali, hanno una concezione della vita materialistica e che oltre questo non c’è altro. Punti di vista entrambi, rispettabilissimi tutti e due. Allora se nel primo caso la fede può tentare, o meglio dare, una risposta sistematica alle cose le persone si convincono che era destino, e che così doveva andare in quanto era tutto segnato. Ma chi non ha una visione religiosa che cosa deve dirsi? Che spiegazione deve dare e darsi? Credo che si ponga alla base la responsabilità di chi ha fatto perdere la vita. Ma che colpa può avere Chiara nel momento in cui non era neanche minimamente responsabile dell’incidente d’auto che gli ha tolto la vita? Qui non ci sono discorsi da libro “Cuore”, qui ci sono chiamate in correo, chiamate di responsabilità verso chi causa la morte degli altri anche se sicuramente, razionalmente, nessuno vorrebbe che queste cose accadessero. Si può essere padroni della propria vita, questo è poco ma è sicuro, ma di quella degli altri no. Assolutamente. Che cosa aveva fatto Chiara per meritare la morte? Aveva qualche colpa? Si, solo una colpa: quella di non avere colpe...





