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"DENTRO UNA VITA": IL LIBRO DI NAZARENO DI NOI

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Intervista a Nazareno Di noi, direttore de “La voce” di Manduria e giornalista del “Corriere del mezzogiorno”, autore del libro “Dentro una vita”

“Dentro una vita”: Io, Vincenzo Stranieri,

vi racconto le condizioni disumane del 41 bis

Un conto è la punizione dei reati, un altro è il rispetto della dignità umana

 

Da cosa è partita l’idea di dedicare un libro alla vita di Vincenzo Stranieri, ex numero 2 della Sacra Corona Unita?

L’idea è stata della figlia Anna, fu lei, due anni fa a chiedermi di scrivere un libro sul padre. “Mio padre non è come tutti lo descrivono, per me è il papà più buono del mondo”, mi disse. Da lì è partita l’avventura che mi ha poi coinvolto per due anni.  

Se volessimo andare a ritroso catapultandoci agli inizi degli anni ’80 vedremmo che Vincenzo Stranieri è stata una figura sinistra del nostro territorio: a distanza di quasi trenta anni lei come lo trova oggi?

Io, come molti, lo ricordo come un ragazzo violento, irrequieto, pericoloso. Stranieri e il suo gruppo rappresentavano la parte violenta della società di allora; dal furto dell’auto all’attentato dinamitardo a qualche imprenditore, non c’era crimine che non portasse il suo marchio. Questo è il Vincenzo Stranieri di quegli anni. Cosa sia rimasto oggi di quel personaggio? Francamente faccio fatica a collegare quel ragazzo con l’uomo che ho imparato a conoscere in due anni di corrispondenza. Credo che il carcere lo abbia cambiato profondamente. Non c’è pagina dei suoi ricordi che non contenga un forte senso di ravvedimento. Non è un pentito nell’eccezione che tutti intendiamo ma uno che non rifarebbe quello che ha fatto e che invita gli altri a non imitarlo. 

Istituzione carceraria e regime del 41-bis: limitazione di libertà in spazi molto ristretti. Un provvedimento che è stato istituito per evitare i contatti con gli altri detenuti e la massima sorveglianza per evitare i rapporti con il mondo esterno. Lei nel suo libro ci parla di Vincenzo Stranieri e dei suoi 18 anni sotto questo metodo restrittivo. Trova eccessiva questa condanna in virtù, specialmente, del fatto che Stranieri non abbia commesso omicidi?

Il 41 bis non è stato istituito per punire i reati più gravi come l’omicidio ma per isolare i personaggi ritenuti legati alla mafia o al terrorismo. Alcuni affiliati ad associazioni mafiose o a gruppi terroristici, sono stati ristretti e lo sono ancora in 41 bis anche se non sono stati ancora condannati e, lo ripeto, non necessariamente perché accusati di avere ucciso qualcuno. L’obiettivo del 41 bis è di impedire qualsiasi contatto con l’esterno in modo da escludere la possibilità per il mafioso o ritenuto tale di gestire ancora l’organizzazione. Quando il 41 bis fu istituito nel 1992, dietro la spinta emotiva dei terribili attentati di mafia ai giudici Falcone e Borsellino, Stranieri capitò in quell’elenco dei dannati e da allora non ne è più uscito. Forse l’isolamento aveva un senso allora, ma dopo tanti anni non credo ce ne sia più bisogno.

Il mondo esterno al carcere vede con riluttanza e sdegno chi ha commesso dei reati, scordando, o facendo finta di scordare che, chi è detenuto ha dei diritti che sono sanciti dalla convenzione di Ginevra sui diritti dell’uomo. Anche lei ha trovato questo luogo comune?

Trovo disumanizzanti alcune misure di coercizione fisica e psichica che colpiscono non solo il detenuto ma anche i suoi familiari che per diciotto anni, prendendo il caso di Stranieri, lo hanno visto crescere e invecchiare attraverso un vetro senza mai toccarlo, lo stesso supplizio toccato a lui nei loro confronti. Cosa c’entri con la lotta alla mafia tutto questo francamente non lo capisco. 

Quando e come è venuto a conoscenza della storia di Vincenzo Stranieri, suo concittadino, e in che modo le è stato permesso di intrattenere un rapporto epistolare con lo stesso?

Naturalmente un grosso aiuto mi è stato fornito dai suoi familiari che me lo hanno raccontato e poi dai suoi avvocati che mi hanno messo disposizione una incredibile mole di materiale cartaceo che lo riguardava: sentenze, verbali di pentiti, rapporti investigativi dei vari corpi e dell’antimafia e tante tantissime lettere. Fondamentale poi è stato il suo manoscritto da dove ho estrapolato 44 racconti pubblicati nel libro. Il rapporto epistolare l’ho intrapreso senza problemi scrivendo del mio intento al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria al quale avevo chiesto anche la possibilità di incontrarlo, domanda che fu gentilmente respinta. 

Perchè, a suo avviso, il panorama politico italiano è tuttora compatto nell’essere d’accordo con il mantenimento in vigore della legge 41 bis che è si un provvedimento efficace ai fini della lotta alla criminalità organizzata ma che allo stesso tempo non dovrebbe mettere da parte il rispetto della dignità umana. Dall’esperienza del suo libro, se fosse stato per lei, cosa avrebbe fatto per cambiare questo ordinamento carcerario punitivo ma  intollerante?

Mi rendo conto che è difficile esprimere certi concetti senza essere fraintesi o peggio ancora essere tacciati di collusione con la mafia. Un rischio che ho messo in conto sin dall’inizio e di cui sto ancora scontando gli effetti: chi leggerà il libro scoprirà che questo mio interessamento alla figura di Stranieri è stato scambiato dagli investigatori dell’antimafia come il tentativo del boss di fare arrivare messaggi ai componenti del suo clan attraverso le lettere che ci scambiavamo. In pratica io avrei passato pizzini all’esterno. Non so se sono indagato per questo; gli avvocati mi dicono che sono “semplicemente attenzionato”. In quanto all’efficacia e alla tipologia del regime carcerario 41 bis e della disumanizzazione di alcune sue pratiche, mi pare di aver detto prima come la penso.

Durante la presentazione ufficiale del libro lei, nel suo sito internet “La Voce di Manduria”, ha lamentato la mancata presenza di molti rappresentanti del centrosinistra manduriano. Come legge questa defezione?

Tranne un paio di eccezioni, diciamo che erano assenti tutti i rappresentanti del centrosinistra manduriano. La loro assenza mi ha colpito più di quanto non l’abbia fatto il non aver visto i rappresentanti del centrodestra, anche qui con poche eccezioni. Erano assenti anche le istituzioni e le forze dell’ordine. Evidentemente per loro non partecipare alla presentazione di un libro simile ha significato contribuire a combattere la mafia. Saranno soddisfatti. In altri comuni dove stiamo facendo la stessa cosa, le istituzioni politiche e i rappresentanti dell’ordine pubblico evidentemente hanno una diversa concezione del contrasto alla criminalità organizzata. Comunque, tornando alle assenze manduriane, non mi meraviglio di niente. Vorrei che almeno leggessero il mio libro e solo dopo che esprimessero giudizi. 

Quale è stato il commento più interessante che ha ricevuto su questo libro?

Quello di Marco Pannella quando lo abbiamo presentato a Roma nella sede dei Radicali. Ha detto che “Dentro una vita” dovrebbe essere letto nelle scuole dai ragazzi perché insegna loro a non farsi affascinare dal crimine. Sentendo le sue parole ho pensato ai nostri benpensanti moralisti di sinistra e non ho potuto trattenere un sorriso.    

Qualcuno le ha mai detto che non c’era proprio l’utilità di scrivere un libro su Stranieri e la sua storia?

Si, i benpensanti, moralisti di sinistra di cui sopra.

                                                                                                     Serena Soloperto

 

 

 

Quella fine degli anni ’70 con l’inizio degli anni ’80 …

Dal Robin Hood della camorra

alla Sacra Corona Unita …

Erano anni di vero terrore nella nostra Puglia, ma anche nella nostra Sava

Si stava a cavallo della fine degli anni ’70 e agli inizi degli anni ’80 e in Campania, o meglio nel napoletano, un nuovo Robin Hood della camorra, Raffaele Cutolo, regnava su tutto il territorio partenopeo. Era diventato il nuovo Messia, il nuovo referente per gli emarginati, per i diseredati sociali, per i sottoproletari napoletani. Cutolo veniva individuato da queste figure sociali come il salvatore della povertà, come colui che era buono con i poveri e arrogante con i ricchi.

Il suo “potere” era diventato talmente forte e grande che i rappresentati delle istituzioni,  i partiti governativi di allora, dovevano scendere a patti, per forza, con lui. Certo la guerra contro le vecchie famiglie camorristiche lasciò sul selciato oltre tre mila morti in quel periodo, ma la guerra è guerra, il potere per i profitti del contrabbando, quelli emergenti dell’eroina e, su tutto, senza scordare la pioggia delle vecchie migliaia di miliardi destinati alla Campania in cui i profitti criminali, sulla ricostruzione del dopo terremoto, non lasciavano spazio a questioni di cuore! Quindi, in apertura, parlavo di Raffaele Cutolo (oggi condannato a un trentina di ergastoli o forse più, ndr) il quale volle provare il primo esperimento di camorra fuori dalle mura amiche: ecco pronta la Puglia come primo insediamento camorristico. I primi contatti tra Cutolo e i boss pugliesi avvenne nei primissimi mesi del 1980 e i referenti “amici” furono i boss foggiani, del gruppo “Trinità” e “La tagliata”.

Davanti a questo nuovo scenario malavitoso, e camorristico napoletano, la malavita pugliese, quella arcaica e legata ancora al contrabbando e alla prostituzione, davanti a questa prospettiva di perdere l’”avviamento criminale” fece un grosso salto di qualità: ecco creata la Sacra Corona Unita. Questa nuova organizzazione criminale ebbe in Giuseppe Rogoli, mesagnese, il suo leader incontrastato. Questa ultima organizzazione criminale divenne il principale riferimento per i bulli, per gli esaltati, per gli arroganti, per chi voleva vivere al di fuori della legalità. La SCU (Sacra Corona unbita, ndr) conobbe la massima realizzazione dei suoi traffici nel brindisino, nel leccese e cominciava ad avere un ossatura anche nel tarantino.

Ma andiamo ora alla nostra provincia: quegli anni erano anni di uccisioni spaventose. Anche Sava non fu immune da questo clima, assolutamente: il nostro paese dovette registrare l’omicidio di Paolo Cantarone in pieno centro in un bar cittadino, le morti di Angelo De Paolis e quella di Raffaele Malandrino, la sparizione di Gilberto Lucchese e la morte di Demuro Fernando, ma anche le diverse vite di alcuni giovani savesi stroncati dall’eroina.

A Taranto, poi, le morti erano quasi quotidiane nello scontro tra bande criminali che cercavano di contendersi il mercato della droga e degli illeciti, vedendo da una parte il clan Modeo, legato alla ndrangheta calabrese, contro tutti gli altri. Erano anni di vera paura, erano anni in cui mancava ancora una seria politica di contrasto verso la criminalità sempre più emergente e al tempo stesso erano anni che hanno segnato la storia della nostra Puglia. Questo era il clima di quegli anni. In questo contesto, nella vicina Manduria, c’era Vincenzo Stranieri fedelissimo di Giuseppe Rogoli, battezzato secondo i canoni dell’affiliazione, il quale veniva imposto a tutti coloro che volevano entrare a far parte di questa organizzazione criminale.

Vincenzo Stranieri aveva 24 quando fu arrestato nel 1984 e, da allora, non è più uscito dal carcere. Sta scontando  la condanna complessiva a 29 anni per associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, sequestro di persona a scopo di estorsione, estorsione ed altro.

                                                                                           Giovanni Caforio

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 18 Luglio 2010 17:54