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"VENDO UN RENE..."

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Incontro con Carlo Caforio, quarantunenne savese il quale ha preso la decisione tragica di vendere un rene per far fronte alla sua disperazione economica

 

La miseria è sotto i nostri occhi ma non la vediamo

Noi che viviamo nell’agio e nella comodità, a cui non manca mai niente, nemmeno l’invidia e la maldicenza verso chi ha una briciola in più, che a volte ostentiamo una ricchezza che non abbiamo solo per esorcizzare l’indigenza, o che al contrario ci lamentiamo per una falsa povertà materiale per paura degli invidiosi, mentre invece spesso è solo di miseria intellettuale che si tratta, non ci accorgiamo che ai margini della nostra contraddittoria società c’è chi soffre una miseria reale. Quando si parla di povertà di solito si pensa a popolazioni lontane,  così lontane che ci permettiamo di sprecare parole di compassione e di pietà nella consapevolezza che  nessuno ci chiederà mai di mettere in atto i nostri falsi buoni propositi; ma quando la povertà è vicina e la vediamo ogni giorno camminare per le strade del nostro paese e conosciamo nome e trascorsi dello sventurato, l’indifferenza è il nostro miglior pregio! La seguente intervista è una richiesta d’aiuto, la testimonianza di una vita piena di errori dai quali non ci si riesce più a risollevare, un’esistenza sprecata, ma che grida contro l’indifferenza dei suoi compaesani, perchè esiste. E’ la testimonianza di Carlo Caforio, 41anni, che da pochissimo tempo a questa parte non vedendo altra speranza per andare avanti, ha maturato una decisione assurda, ma non meno assurda del fatto che nel 2010 in Italia ci siano ancora persone al cui grido d’aiuto le istituzioni rispondono con un muro d’indifferenza: vendere una parte del proprio corpo, un rene, e col ricavato condurre, anche se per breve tempo, un’esistenza che profumi di normalità. Carlo Caforio vive in una casa di campagna ai limiti di Sava, e siamo andati a trovarlo sabato 9 gennaio. Una casa lontana dal centro e dagli occhi del savese medio, piccola e malsana, in cui c’era solo un cane ad aspettarlo. Un caminetto acceso per dare tepore al salotto, un vecchio tavolino di legno su cui sono ordinatamente disposti dei vecchi giocattoli polverosi, l’arredamento essenziale per dare un minimo di decoro pur nell’indigenza, è ciò che di primo acchito caratterizza questo umile ma dignitoso rifugio.  Entriamo nella stanza da letto, di solito il luogo più intimo della casa, per capire qualcosa di più sulla vita di quest’uomo, e infatti a colpire la nostra attenzione sono le foto appese allo specchio di una bella ragazza, che poi scopriamo essere la moglie e le foto dei genitori con in braccio la figlia appena nata, che lasciano intendere che c’è stato, come ha raccontato poi lui stesso nell’intervista, un passato sereno ma che una tragedia, il suicidio della moglie prima e la successiva perdita della patria potestà sulla figlia nonchè la sua consequenziale depressione poi hanno spezzato per sempre. Il grido di un uomo disperato che viv@voce ha cercato di ascoltare.

 

L’intervista

 

“Cosa mi ha risposto l’assistente sociale quando gli ho detto che sarei stato capace di vendermi un rene per sopravvivere? Del tuo corpo puoi venderti quello che vuoi!”

 

“La mia vita, le mie sfortune, le mie disgrazie...”

 

Perchè hai preso questa decisione di vendere un rene?

Ho delle bollette dell’energia elettrica da pagare, con l’avviso di discacco imminente, non ho soldi. Vendere un rene è l’unica soluzione perchè non ho altro che il mio corpo.

Hai provato a chiedere aiuto al sindaco, alle istituzioni o ai servizi sociali?

Sono andato dal sindaco a chiedere un aiuto ma mi ha cacciato; sono andato dal vicesindaco e mi ha negato ogni aiuto; alla fine ho parlato con l’assistente sociale per fargli sapere che sono disperato e gli ho detto che l’unica soluzione per vivere che mi è rimasta è vendermi un rene.

E l’assistente sociale che ti ha risposto?

Sai qual è stata la risposta che mi ha dato? “Del tuo corpo puoi venderti quello che vuoi!”

Lo sai che è illegale vendere un rene?

Lo so, ma non ho altre soluzioni e non voglio andare a rubare; al momento solo vendendo un rene potrei avere i soldi per sopravvivere. Non è tutta colpa mia se mi sono ridotto in questa condizione. Ho provato a lavorare ed ho chiesto a delle imprese di prendermi a lavorare a giornata come muratore, perchè quando ero sposato facevo il manovale ed un pò di esperienza la ho, ma nessuno mi assume. Sono disperato.

L’ultimo lavoro che hai fatto qual è stato?

Ultimamente ho lavorato per tre settimane in campagna con un’impresa: tagliavo l’erba ma quando ho chiesto di pagarmi non hanno rispettato i tempi e visto che io avevo bisogno urgentemente di soldi, ho litigato e sono andato via.

Carlo, ti va di raccontarmi della tua infanzia e della tua famiglia?

Certo. Abitavamo in fondo a via Roma, in piena campagna e lì non avevamo nemmeno la luce.

Mio padre non aveva un lavoro fisso ma si arrangiava coi lavori che trovava: lavorava in campagna oppure puliva i pozzi neri e io con lui non appena sono diventato ragazzino. Poi quando sono diventato un pò più grande ci siamo trasferiti qui in paese in Via dello Schiavo. Ho un bel ricordo dei miei genitori e della mia infanzia. Mia madre ci teneva a me: ricordo che mi faceva andare a scuola sempre ordinato, col grembiule blu come tutti gli altri bambini.

Alla scuola elementare come era il rapporto coi compagni e con la maestra?

Ho un bel ricordo della scuola e soprattutto della mia maestra, Marenza Di Maggio, una donna affettuosissima con me.

Dopo le elementari sei andato alle medie...

Sì, ma non ci andavo sempre a scuola.

Ma la licenza media l’hai presa?

Sì, sono riuscito a prenderla andando alla scuola serale.

Gli anni passano, sei diventato adulto; quale è stata la tappa che ha segnato la tua vita?

Il matrimonio: nel ’90 mi sono sposato con Giustina, di cui ero molto innamorato, con rito civile e religioso e poi l’anno successivo è nata la nostra bambina. Andava tutto bene, andavamo d’accordo, lavoravo come muratore e i primi anni in cui sono stato sposato era tutto normale: eravamo una famiglia come tutte le altre e avevamo i nostri problemi come ogni famiglia normale. Nel ’95 mia moglie è caduta in depressione, non riesco ancora a spiegarmi quali possono essere state le cause, ma è successo. Ad un certo punto ha cercato di togliersi la vita ingerendo ammoniaca: l’ho trovata sdraiata sul divano e ho pensato che stesse dormendo; poi mi sono accorto che stava morendo e subito l’ho portata a Manduria per farla curare. Poi la situazione è precipitata ancora; ho parlato con un medico per farla aiutare il quale ha confermato che si trattava di una forma depressiva e andava curata, ma sua madre non mi ha dato la possibilità perchè voleva essere lei a curarla tenendola a casa con sè. Così lei e la bambina sono andate a stare con mia suocera, ma è stato tutto inutile perchè Giustina,  al terzo giorno ha ritentato il suicidio buttandosi dal quarto piano. Io lavoravo presso un’impresa edile in quel periodo e quella mattina infatti ero sul cantiere quando venne mio cognato ad avvertirmi che Giustina era morta e si trovava all’obitorio dell’ospedale.

E la bambina?

La bambina aveva quattro anni. Stava con mia suocera ma poco dopo non la voleva più e così ha chiamato i servizi sociali che l’hanno portata in istituto a Martina Franca. Di nuovo io sono riuscito a riprendere la bambina finchè dopo un pò mi è stata tolta la patria potestà e la bambina è stata data definitivamente in affidamento. Da allora non l’ho più vista. Dopo questo periodo ho cominciato ad avere problemi di soldi e problemi col lavoro.

So che nella tua famiglia c’è stato un altro grave lutto...

Sì, la morte di mio padre per una disgrazia stradale a cui c’è stato un risarcimento economico.

Fra tante disgrazie luttuose un utile economico, anche se non ha pareggiato la perdita delle persone a te care, ti è stato di sollievo...

Sì, certamente ma io non ho gestito direttamente la somma di denaro, perchè in quel periodo ero in galera; mi arrivavano dei soldi saltuariamente e poi alla fine sono finiti tutti per vivere.

Oggi non ho niente per andare avanti; ho parlato col sindaco, col vicesindaco e con l’assessore ai servizi sociali, Natty Patanè, ma non hanno fatto niente per aiutarmi. Non chiedo altro che un lavoro visto che da solo non sono riuscito a trovarlo.

Carlo, ma lo sai che vendere un rene è per te l’ultima spiaggia?

Le ho provate tutte ma questa è l’unica soluzione che mi è rimasta. Ho pensato addirittura di andare davanti al Comune con un bidone di benzina e fare qualche pazzia ma sai qual è l’unica forza che mi trattiene dal fare una cosa del genere?

Dimmi Carlo...

Mia madre e il bene che le voglio.

                                                                                                                                                          

                                                                                                                                                            Gaia Monti Guarnieri

 

 

 

                        

Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 01:59