Della serie "Chi paga? Pajunu sempre li strunzi!"
Domenica 08 Agosto 2010 04:41
amministratore
La negligenza dell’amministrazione nega ai cittadini savesi 2 milioni e 500 mila euro, spendendone invece 66 mila per l’affidamento ad una ditta di tecnici esterna I fondi FESR della Regione, il bando PIP del Comune e la superficialità degli amministratori Una lettera dell’assessore Ivano Decataldo, inviata pubblicamente ai rappresentanti delle istituzioni savesi e ai partiti della maggioranza, ha messo in luce l’ennesimo episodio di negligenza burocratico-politica avente protagonista l’amministrazione di Sava. Una lettera rabbiosa che testimonia lo sdegno verso l’occasione mancata dal Comune di ricevere finanziamenti per 2 milioni e 500 mila euro; risorse destinate all’ampliamento e alla riqualificazione della zona industriale savese (area PIP), grazie ai fondi del Piano Operativo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) stanziati dalla Regione Puglia. Il motivo per cui non si è stati ammessi al bando regionale è semplice quanto banale. Tutta la documentazione è stata preparata seguendo le regole del bando di ammissione. Tutte tranne una. Essa doveva essere consegnata entro il 30 settembre 2009, cui si è concesso una proroga di 30 giorni. L’ufficio tecnico e gli altri responsabili del progetto, hanno sforato invece i termini previsti. Tanto che è possibile leggere sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia, datato luglio 2010, relativo alle pratiche non esaminabili, che il Comune di Sava non è stato ammesso poiché «la domanda di finanziamento e la documentazione cartacea sono state spedite oltre il 30 ottobre e pertanto la pratica non può essere presa in considerazione». La motivazione addotta per giustificare il ritardo è tanto banale quanto puerile: «si fa riferimento a disguidi di natura contrattuale tra Poste Italiane e Comune. Si tratta di giustificazioni non sufficienti ad ovviare alla carenza». Perciò l’assessore Decataldo dichiara nella sua lettera che «non è accettabile tale situazione poiché riconducibile a superficialità e negligenza del responsabile di servizio, non essendo la prima volta che si verificano tali situazioni. Il nostro Comune non può permettersi di perdere tali opportunità considerando che vengono vanificati tutti i nostri sforzi per offrire opportunità al nostro territorio». Esaminando la determina dell’Ufficio Lavori Pubblici del Comune di Sava è possibile inoltre mettere in mostra un altro aspetto abbastanza insolito, già denunciato da Decataldo: l’incarico di progettazione ad una ditta di tecnici esterni, affidato tramite gara di assegnazione, per un importo complessivo di 66 mila euro. In condizioni amministrative normali non ci sarebbe niente di strano. Tuttavia anche in questo caso la «necessità di ricorrere ad operatori economici esterni all’Ente» viene motivata in maniera alquanto singolare. Si legge nella determina che «stante il ristretto lasso di tempo concesso, aggravato dal periodo feriale in cui il bando è stato pubblicato, il responsabile unico del procedimento nella reale impossibilità di predisporre quanto dalla Regione richiesto per partecipare al bando di gara» ricorre a tecnici esterni. In soldoni, la colpa è stata del periodo (il 31 maggio 2010) in cui la Regione ha pubblicato il bando. Si è quindi deciso, data la carenza di personale a causa delle ferie estive, di incaricare dei tecnici esterni per la progettazione. La partecipazione alla gara di assegnazione ha coinvolto due offerte tecniche o RTP (Raggruppamento Temporaneo di Prestatori di servizi), chiamate tramite lettera d’invito dal Comune stesso: una avente come mandatario capogruppo l’ingegnere Pier Paolo Raho e l’altro l’ingegnere Luigi Talò. Entrambe soddisfacevano i requisiti della gara, tra cui l’essersi già occupato della realizzazione di un progetto nella zona PIP di Sava nel decennio precedente. Seguendo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, tenendo conto dei criteri di “ribasso tempo” e “ribasso prezzo”, la gara è stata aggiudicata dal RTP facente capo a Raho, con un punteggio totale di 92 circa, contro il 79 circa del RTP di Talò. A fronte dei 66 mila euro previsti il Comune ha deliberato quindi, a seguito del ribasso dell’offerta, di liquidare a Raho e soci un totale di 57.076,51 euro, di cui 46.631 come onorario, 932,62 per oneri previdenziali e il resto per l’IVA al 20%. Peccato però che il bando regionale sia stato pubblicato il 31 maggio, mentre l’affidamento ai servizi tecnici, da parte del responsabile dell’area patrimonio e lavori pubblici, sia stata determinata il 29 settembre. Quasi 4 mesi dopo. Non solo, la determina finale con i risultati definitivi della gara di assegnazione è datata 28 ottobre, quindi a ridosso di due giorni dalla scadenza della presentazione delle domande agli uffici regionali. Vi ci sono voluti 4 mesi all’amministrazione comunale per decidere di assegnare la progettazione a dei tecnici esterni. Questo lasso di tempo poteva essere benissimamente impiegato dal Comune stesso per elaborare un suo progetto, senza dover ricorrere a figure esterne, risparmiando così i 66 mila euro previsti. Non solo, grazie a questa “consulenza” esterna, si è sforato anche il termine concesso dalla proroga regionale. Per poi concludere col ritardo nella consegna postale del progetto da parte dell’impiegato preposto. Sarebbe lecito chiedersi come si possa arrivare ad una tale situazione. Se il lassismo, la negligenza e la superficialità dell’apparato burocratico possa davvero raggiungere un tale livello di parossismo. Come si suol dire “per un solo peccatore, penitenza generale”. In cui la peccatrice in questo caso è l’amministrazione savese, in particolare chi si è occupato di gestire tutta la situazione sopra descritta, mentre la penitenza devono scontarla tutti i cittadini di Sava, cui è stato negato un finanziamento superiore a 2 milioni di euro, che sicuramente, se ben impiegato, avrebbe potuto creare molte più opportunità per tutti e avrebbe portato allo sviluppo e alla crescita del territorio.
Ultimo aggiornamento Domenica 08 Agosto 2010 15:58
Cosimo Massaro: il signoraggio sviluppato in un thriller interessantissimo
Giovedì 24 Giugno 2010 06:51
amministratore
Incontro con l’autore del libro “LA MONETA DI SATANA” Il signoraggio sviluppato in un thriller interessantissimo  Cosimo Massaro, già artista ed arredatore, ci parla di come sia nata l’idea di scrivere il suo primo libro L’idea è quella di trasferire e divulgare, sul piano del thriller e del romanzo di facile lettura alla “Dan Brown”, avvincente e interessante, questo sistema monetario, basato su una truffa nata trecento anni fa e messa in piedi da un’elitè massonico-bancaria che ingannandoci con il “diabolico meccanismo” del signoraggio bancario, ci ha reso tutti schiavi. “Il signoraggio è - ci spiega Massaro – il guadagno che si percepisce attraverso la creazione di moneta (è la differenza tra il costo di produzione di una moneta e il suo valore nominale, ad esempio, per produrre una banconota da 100€ si spendono per il suo costo tipografico circa 30 centesimi, tutto il resto è guadagno). Gli economisti intendono per signoraggio i redditi che una Banca centrale ed uno Stato ottengono grazie alla possibilità di creare base monetaria in condizioni di monopolio”. Negli Stati moderni, solitamente è una Banca centrale che stampa le banconote mentre lo Stato (ad esempio tramite una zecca) conia solo le monete, ed entrambi hanno un reddito da signoraggio. Qui però dobbiamo sottolineare una cosa: mentre il costo di produzione delle banconote è di pochi centesimi, a fronte di un valore nominale molto superiore (pensate ad esempio alle banconote da 100-200-500 €) che consente alla Banca d’Italia di avere un notevole guadagno da signoraggio, invece, allo Stato Italiano, avendo solo il monopolio di battere le monete, spetta un guadagno da signoraggio irrisorio, visto il notevole costo di produzione delle monete e il loro basso valore nominale. Nel suo libro, Massaro, ci illustra appunto cosa c’è dietro la creazione di moneta da parte della Banca Centrale, per poi arrivare verso la fine del romanzo dando una soluzione a questo attuale sistema monetario basato sull’usura, proponendo e divulgando la scuola monetaria dall’emerito prof. Giacinto Auriti, grande giurista e saggista. Ed ecco pronta la spiegazione “tecnica”: “Oggi, le banconote, essendo semplici pezzi di carta (ad es. la 100 euro) che non hanno più nessun controvalore in oro , costano alla Banca d’Italia, solo pochi centesimi per fabbricarle (cioè stamparle); mentre lo Stato (cioè tutti noi) le paga, alla Banca Centrale, per il suo intero valore nominale, più la stampa, più gli interessi”. Infatti, dal 1971, dopo la fine degli accordi di Bretton-Woods, ad opera del Presidente statunitense Nixon, non esiste più nessuna copertura aurea dietro le banconote. Questi famosi accordi erano un sistema di regole e procedure per regolare la politica monetaria internazionale. Tutte le nazioni dovevano avere come base monetaria, per gli scambi internazionali, solo il dollaro che, a sua volta, era l’unica moneta convertibile in oro. Il giovane scrittore si sposta anche sulle tematiche collaterali che un simile “modo di fare” crea: “Il reale problema per le generazioni future è che c’è un discorso di connivenza e di interessi supremi: il processo della creazione della moneta è stato concesso alle Banche centrali, invece di essere affidato ad un ente statale che attraverso dei Ministeri rimetterebbe in circolo i proventi da signoraggio per gli interessi dei cittadini”. Infatti, oggi, gli Stati hanno perso la sovranità monetaria e sono costretti ad indebitarsi nei confronti di banchieri senza scrupoli, i quali stanno diventando i proprietari di tutte le risorse del pianeta. L’autore fa una ulteriore precisazione: “Non ci sarebbe nulla da obbiettare se la moneta stampata dalla Banca d’Italia, fosse veramente di proprietà degli italiani che attraverso dei Ministeri (tipo Ministero delle Infrastrutture, della Scuola, della Sanità ecc.) la utilizzassero per il bene comune. Purtroppo, però, la Banca d’Italia non è di proprietà dello Stato ma è quasi totalmente - continua l’autore - in mano a banche e assicurazioni private, unica eccezione è l’INPS che possiede un misera parte di azioni”. Per le generazioni future si vede solo negativamente un “suicidio da insolvenza” quindi il signoraggio - che in se per sé non era qualcosa di negativo (essendo stato fautore del boom economico del ‘900) - diventa negativo per l’uso che ne ha fatto una classe dominante economica, di multinazionali, al di là di ogni stendardo politico e di un “elitè che ha molto a che fare con le sette segrete di derivazione seicentesca, tipo la massoneria”. Difatti, alcuni dei potenti in questo settore sono al vertice di grandi imprese Multinazionali oppure sono insediati negli stessi Ministeri. Tutti gli Stati hanno seguito questa linea madre, secondo gli esperti del problema del signoraggio, ai quali si è adattato anche Cosimo Massaro, autore del presente libro. Secondo i sostenitori di tali teorie, le banche centrali otterrebbero il reddito da signoraggio grazie alla differenza tra costo di stampa ed il valore nominale della moneta. Tale ricchezza verrebbe poi spartita tra banchieri e poteri forti a tutto svantaggio dei cittadini. La maggior parte dei sostenitori di questa teoria fa risalire l’inizio della presunta truffa ai danni dei cittadini, all’avvento delle banche centrali, ovvero alla fondazione della Banca d’Inghilterra (BOE) nel 1694, che rappresenta l’inizio del furto, ovvero la perdita da parte dello Stato della propria sovranità monetaria affiancata alla nascita del debito pubblico. Abramo Lincoln, durante la guerra di secessione, avendo necessità di finanziarla, in mancanza di una Banca centrale, e in presenza dei forti tassi di interesse richiesti dalle banche allora presenti negli Stati Uniti, decise di emettere una propria moneta - i cosiddetti green-backs- ma subito dopo venne assassinato. Ancora più indicativa è stata l’azione del presidente John F. Kennedy che, volendo restituire allo Stato americano il potere di stampare la propria moneta,il 4 Giugnio 1963 fece stampare banconote, dette “United States Notes”, secondo l’ordine esecutivo 11110, esenti da debito e da interessi ma, anche lui, fu assassinato subito dopo. Tutte queste teorie economiche poste in maniera affascinante e avvincente, come abbiamo detto, si trovano sul romanzo di Massaro, il quale non ci racconta altri particolari per non rovinare a noi e a voi la suspance nel leggere il suo libro. L’autore, inoltre si ritiene molto soddisfatto del suo lavoro e spera di poter continuare su questa scia della stesura di romanzi, proprio perché la sua intenzione è quella di rendere accessibili a tutti, i nascosti concetti e termini economici per troppo tempo occultati dai poteri forti. Sicuramente un romanzo da non lasciarsi sfuggire, per gli appassionati del genere thriller, storico - economico e dei romanzi alla Dan Brown appunto!!! Il thriller di Cosimo Massaro, “LA MONETA DI SATANA”, si può trovare nei seguenti posti: -Sava cartolibreria Zanzarella -Manduria libreria Agorà -Sito della casa editrice: www.edizionitabulafati.it Link della pagina del libro http://www.edizionitabulafati.it/lamonetadisatana.htm Serena Soloperto
Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Giugno 2010 07:09
FIERA PESSIMA 2010: VIV@VOCE INTERVISTA IL GOVERNATORE VENDOLA
Mercoledì 24 Marzo 2010 17:33
amministratore
Viv@voce intervista il Presidente della regione Nichi Vendola “Questa Fiera deve soltanto decidere se rimanere bambina o diventare adulta ma credo che 270 anni siano un tempo sufficiente per l’infanzia. Questa fiera deve crescere” Governatore Vendola, parliamo dei suoi cinque anni di governo. I dati ISTAT sul Prodotto interno Lordo in Puglia parlano di una chiara crescita economica negli ultimi anni. Quali interventi in questi cinque anni sono stati più determinanti secondo lei per questo sviluppo? L’ISTAT comincia finalmente a mettere a posto i conti e a raccontare la verità visto che la verità è stata a lungo manipolata. La Puglia è la seconda regione d’Italia dopo il Trentino Alto Adige che regge meglio alla crisi economica ed in questi cinque anni è stata la regione che in assoluto è cresciuta di più. Fino a battere la Lombardia nella crescita del PIL e con una crescita occupazionale che è fra le più significative. Noi abbiamo avuto il cosiddetto vento cattivo della crisi che però si è interrotto quando si è avuta una crescita superiore al 2% e superiore alla media nazionale dal punto di vista dell’occupazione. Tutto ciò è potuto accadere perchè abbiamo organizzato i distretti produttivi e abbiamo smesso di seguire la logica dei finanziamenti a pioggia, abbiamo finanziato i distretti di filiera, abbiamo detto alle imprese di costituirsi in rete e diventare un sistema; abbiamo finanziato l’innovazione e l’ambientalizzazione nel sistema d’impresa, ma anche la stabilizzazione del lavoro. Il vecchio film, diciamo così, “Prendi i soldi e scappa” non lo proiettiamo più nei cinema pugliesi: il sistema d’impresa è stato aiutato a responsabilizzarsi. Nel suo intervento di inaugurazione della Fiera Pessima ha parlato di globalizzazione senza regole, speculazione lungo la filiera dei prodotti e difficoltà nel riconoscere l’origine dei prodotti come i mali della nostra economia locale... Sì. Dobbiamo combattere una globalizzazione senza regole perchè nel nostro mercato qualcosa non funziona: il produttore agroalimentare vende il suo prodotto e quello che guadagna non è sufficiente nemmeno a remunerare il lavoro svolto perchè si vende a due lire. Mi chiedo perchè quando vado a comprare i prodotti nei mercati, di Roma per esempio, trovo i pomodori a 12 euro al Kg. C’è qualcosa che non funziona. Il produttore è alla fame, il consumatore allo stremo ed in mezzo c’è l’area grigia dell’ intermediazione parassitaria di chi lucra pur non lavorando sui produttori e sui consumatori. Dobbiamo combattere contro questi soggetti. Noi protagonisti della vita politica dovremmo lasciare da parte le nostre polemiche e dedicarci alla difesa dei nostri interessi territoriali. Non è possibile immaginare che la stessa richiesta dello “stato di crisi” in agricoltura firmata dalla regione Sicilia e dalla regione Puglia, per la Sicilia significa accoglimento da parte del ministro Zaia, per la Puglia significa non accoglimento. Cosa si può fare per salvare la nostra economia? Io stesso sono andato a Bruxelles a chiedere l’autorizzazione per poter finanziare e ristorare un’agricoltura sofferente con il cosiddetto “De minimis” 12 milioni di euro e ci è stato consentito. Dobbiamo insieme superare una logica d’appartenenza e mettere al centro la difesa degli interessi dei nostri territori. Per quanto riguarda invece la vita dell’artigianato, c’è lì qualcosa che allude ad un potenziale economico straordinario, basta pensare a cosa è diventata la ceramica in diverse parti della Puglia. Eppure sono sicuro che siamo allo sviluppo minimo di un potenziale straordinario: ci sono tradizioni ceramistiche sin dal Medioevo in Puglia ma mancano i tornitori, i decoratori, mancano mestieri che possano in diverse realtà rivitalizzare i prodotti dotati di un appeal straordinario in tutti i mercati, in modo che tornino a raccontare il nostro territorio. Se noi pensiamo alla piccola fiera come ad un momento di espressione del folklore, del nostro orgoglio e del nostro amore per la comunità abbiamo fatto una bella giornata ma nulla di più. Io penso che la Fiera Pessima abbia un’idea ottima dentro i suoi 270 anni di vita. Deve soltanto decidere se rimanere bambina o diventare adulta e credo che 270 siano un tempo sufficiente per l’infanzia. Questa fiera deve crescere ma la partita di Manduria si gioca in tutto il resto della Puglia. Si gioca innanzitutto a Bari con la modernizzazione della Fiera del Levante, che deve essere come l’ammiraglia che guida un’intera flotta di fiere. Ma allora, Presidente, come si coniugano la legge regionale sulla privatizzazione delle fiere e questa necessità di sviluppo economico? Siamo appunto alla vigilia dell’entrata in vigore della legge regionale con cui abbiamo voluto privatizzare il sistema fieristico. Non sono un patito delle privatizzazioni ma anzi sono contrario a molte privatizzazioni. Credo però che il sistema fieristico debba essere privatizzato perchè è comico che un ente pubblico gestisca un sistema strettamente legato alla valorizzazione dei prodotti economici e dei sistemi d’impresa. Ma se noi privatizziamo il sistema fieristico abbiamo anche bisogno di collegare alla grande Fiera del Levante di Bari e alla Fiera di Foggia, anche la fiera di Francavilla Fontana, la fiera di Gravina, la fiera di Manduria e le tante piccole fiere che messe dentro un sistema costituiscono un valore aggiunto straordinario e possono aiutare il sistema fieristico pugliese a diventare qualcosa di speciale in quanto porta in vetrina la tradizione delle nostre arti e mestieri, le quali costituiscono una grande potenzialità occupazionale. Sapendo però sempre che i nostri competitors sono feroci. Certo è che siamo arrivati in ritardo perchè Verona, Roma, Milano hanno cominciato vent’anni fa il processo di modernizzazione del sistema fieristico, ma nonostante ciò siamo arrivati ad un punto di svolta. Il mondo sta cambiando e la nostra vita ha una relazione con gli eventi del mondo. E’ fondamentale sentirci protagonisti del mondo e sapere che qui c’è l’orgoglio e l’identità di una città come Manduria ma dentro quest’identità c’è una narrazione utile per tutti fuori da Manduria. L’idea è che qui ci siano prodotti che possiamo far vivere dentro una nuova economia, quella che rimette al centro il lavoro vero e non quello virtuale, la produzione di beni e servizi, la produzione di prodotti che dicono di noi e delle nostre genialità. Cosa direbbe ai tanti giovani che scappano dalla Puglia per studiare o per cercare lavoro? Dobbiamo cercare di parlare alle giovani generazioni molto di più di quanto non abbiamo fatto fin ora. Gli adulti spesso non hanno dato risposte alla domanda di futuro e di lavoro dentro nuove condizioni. La maggior parte dei ragazzi salentini riempie le università del nord in facoltà incredibili come il DAMS ed altre scuole del teatro, della danza e dello spettacolo. Parlare con serietà alle giovani generazioni consiste nel dire che è giusto viaggiare ma il verbo viaggiare non deve diventare sinonimo del verbo emigrare. Va cambiata la filosofia e vanno abbattuti i tanti tabù dell’immaginario. A Taranto siamo riusciti a dimostrare che possiamo essere famosi non per il veleno emesso ma anche per le bonifiche. Nel territorio jonico abbiamo un futuro grande se sappiamo avere immaginazione: Taranto e provincia come terra delle bonifiche, della bellezza del territorio e del turismo. Ma questo significa scegliere concretamente come abbiamo fatto quando abbiamo contestato all’ILVA l’abuso di veleni nel cielo e nei nostri polmoni e gli abbiamo chiesto di restituirci un pò di salute. Abbiamo vinto quella partita perchè si può vincere ed è arrivato un momento in cui diritto alla vita e diritto al lavoro sono traguardi per tutti. Gaia Monti Guarnieri
Ultimo aggiornamento Mercoledì 24 Marzo 2010 17:37
MASSERIA NUOVA: AGRITURISMO SAVESE
Domenica 21 Febbraio 2010 18:04
amministratore
Strada prov. per Sava al km. 6, Francavilla F., una nuova realtà nel nostro paese. Intervista a Alfonso Cavallo, gestore e proprietario 
“Masseria nuova” si affaccia, con successo, come metà vacanziera in una bella struttura del '700 Una Masseria che risale al 1700: sig. Cavallo Alfonso, con gli occhi di oggi potremmo guardare come si svolgeva la vita all’interno di queste grandi aziende agricole le quali hanno dato tantissimo lavoro ai braccianti e ai contadini dell’epoca? La ringrazio per lo spazio che spesso riconosce a chiunque si dedichi di agricoltura, spesso da altri trascurata. Si certo, “Masseria Nuova”, tipica masseria del nostro meraviglioso territorio, risale al 1700 circa. La masseria, nei nostri territori, ha rappresentato, sino ad almeno la metà del XX secolo, il fulcro della vita economica e sociale degli agricoltori dell’epoca. All’interno della Masseria, si lavorava, si mangiava, si dormiva, si organizzavano le feste, ci si innamorava e ci si sposava; per dirlo in breve si viveva, ed in modo così semplice ed autentico ma così lontano dai nostri giorni. In quella micro-società si creava una gerarchia con a capo il “padrone”, sempre rispettato e ben voluto, e poi via via, tutti gli altri, riconoscendo comunque un posto di rilievo al “massaro”, inteso quale persona in grado di accudire il bestiame, con l’aiuto di altri giovani lavoratori e delle donne, sempre operose e pronte a fare qualsiasi tipo di lavoro e non ultimo a crescere la numerosa prole. Nelle masserie trovavano ospitalità e lavoro tante famiglie di braccianti e s’instaurava un rapporto profondo tra gli stessi proprietari, che spesso risiedevano in masseria, ed i lavoratori. Se solo per un attimo azzardiamo un raffronto tra la vita dell’epoca e quella di oggi, colma di sprechi e di indifferenza, forse con un leggero rammarico rimpiangeremo di non aver potuto vivere quelle emozioni. I proprietari della struttura dell’epoca e quelli d’oggi: quanti passaggi ci sono stati per arrivare ai giorni nostri? Alcuni studiosi della storia dei nostri luoghi narrano dell’esistenza della masseria nei loro scritti e raccontano dell’appartenenza della stessa alla famiglia Forleo di Francavilla Fontana, proprietari in zona di oltre 500-600 ettari di terreni e di tutte le masserie presenti in loco. Nelle immediate vicinanze, infatti, di “Masseria Nuova” sono presenti altre masserie, tra le quali “La Ciona”, “Calò Piccolo”, “ Malecicappa”, “Lo Barco” e la più famosa “Viscigli”, ognuna ricca di storia e di cultura. La disgregazione del latifondo ha fatto sì che altri soggetti potessero acquistare le masserie ed i terreni circostanti. In questo contesto storico il mio bis-nonno Cavallo Cataldo ebbe ad acquistare la masseria che poi per successione diventò prima di mio nonno, poi di mio padre e oggi mia e dei miei fratelli. Sino al 1977 - 1978 la masseria è stata in funzione; erano allevati diversi capi di bestiame e si producevano tutti i prodotti lattero-caseari tipici delle masserie. Successivamente è rimasta abbandonata per diversi anni, preda spesso di malfattori che asportavano quanto di antico in essa era presente. Solo intono al 1995 mia madre ebbe l’intuizione di ristrutturare in parte la costruzione principale adibendola a residenza estiva infondendo anche in noi quella passione e quel rispetto per la masseria di famiglia che oggi ci ha spinto a proseguire nell’opera di sistemazione e miglioramento della struttura. Corriamo di corsa ai giorni nostri. Un nuovo agriturismo sta prendendo corpo nel nostro Salento: tantissime realtà stanno nascendo e questa parte della penisola italiana, pare, che debba essere un circuito dell’imminente futuro vacanziero degli italiani. Le risulta? Le dirò con tutta franchezza, che noi abbiamo iniziato l’attività a luglio dell’estate scorsa. Qualche giorno prima abbiamo aderito ad un sito specializzato per pubblicizzare la struttura e solo dopo ne abbiamo creato uno nostro. Partendo tardi pensavo che la stagione fosse ormai compromessa. Nulla di questo. Il mese di agosto abbiamo dovuto dire no a tantissima gente in quanto tutte le stanze erano occupate. Questo ci ha fatto capire che tanta gente sceglie le nostre zone per le vacanze estive. D’altronde la masseria si trova in posizione centrale rispetto ai paesi di Oria, Francavilla F. na, Sava , San Marzano, assicurando all’ospite la possibilità di godere il mare (che dista 15-20Km) di giorno, la possibilità di visitare di sera i paesi della valle d’Itria, per ritornare, dopo un giorno di passeggiate frenetiche, in un posto tranquillo lontano dal traffico ed immerso nella natura. La nostra forza è quella di svolgere questa attività come completamento di quella più prettamente agricola; in questo modo noi riusciamo a offrire un servizio migliore ai clienti a prezzi competitivi. Masseria nuova: cosa le ha spinto ad investire in questo progetto? Chi mi conosce, sa benissimo, che mi dedico all’agricoltura da giovanissima età, avendo “ereditato” da mio padre, scomparso prematuramente, la passione per il mondo agricolo. Ho deciso, pertanto, di ristrutturare parte della masseria, per svolgere un’attività, a mio avviso, complementare dell’attività agricola. Produrre e vendere, chiudendo la filiera, credo che sia, o dovrebbe essere, lo scopo di ogni agricoltore. Poter vendere il proprio prodotto al consumatore senza rimanere impigliati nell’ingranaggi mal funzionanti del mercato, credo che rappresenti il futuro. Se dovesse consigliare un turista a soggiornare a Masseria Nuova quali sarebbero le prime credenziali da porgli? “Masseria Nuova”, a differenza delle altre masserie, pur presenti in zona, si caratterizza per essere completamente circondata e quindi, protetta, da un muro di cinta. Il muro di cinta, alto circa 4 metri, circonda completamente il complesso masserizio; trattasi di un muro costruito interamente con pietre “vive” tipiche delle nostre zone, tenute insieme con una specie di collante ricavato dalla terra rossa, pur presente in loco, e detto “uelu”. Si trattava, in particolare, per quanto mi è dato sapere, di terra rossa che veniva impastata con acqua ed utilizzata per “incollare” tra loro le pietre. Da ciò deriva quel particolare colore rossastro che è evidente su tutta la superficie del muro e sulla masseria stessa. Si pensi, addirittura, che alle spalle della masseria è presente un fosso, avente una profondità di oltre 15 metri ed una ampiezza di 50 metri dal quale sembra sia stato prelevato lo “uelu” necessario per la costruzione dell’intera masseria. Ricordo, e lo dico per mera curiosità, che il “fosso” è stato più volte visitato da alcuni credo “studiosi” i quali ipotizzavano che lo stesso fosse stato creato, invece, dalla caduta di un frammento celeste. Mah! La Masseria è posta all’interno di una vasto uliveto secolare di circa 30 ettari. In particolare alle spalle della Masseria, nei pressi del fosso, si trovano gli alberi più vecchi. Trattasi di giganteschi alberi piegati dal peso degli anni, aggrovigliati su se stessi e che lasciano aperti all’interno dei varchi, tane per volpi e altri animali selvatici L’intero territorio è coltivato secondo i criteri dell’agricoltura biologica, e non sono utilizzati fitofarmaci e altri prodotti chimici. Questo ci consente non solo di avere produzioni biologiche ma anche di consentire agli ospiti della Masseria di fare salutari passeggiate tra una natura sana, e non contaminata da prodotti chimici. Andiamo alla visita dell’agriturismo: di quante stanze è composto? La Masseria è costituita dal corpo centrale, e da diversi locali a pian terreno. Alle spalle del corpo centrale, sono situati gli “curti”, utilizzati per il ricovero del bestiame e che oggi ospitano il museo dell’arte contadina. I locali a pian terreno sono costruiti completamente in pietre vive della zona e con le modalità già spiegate in precedenza. Il corpo centrale, edificato successivamente e comunque destinato ad appartamento del “padrone”, è costruito con vecchi ed ormai introvabili tufi del posto. Tra i locali, ed in diversi punti della Masseria, è facile imbattersi in “capasuni”, “capase”, “mili” e tanti altri oggetti utilizzati dai nostri nonni. Abbiamo destinato ai clienti quattro stanze ed un appartamento. Ogni stanza, di circa 40 mq, è dotata di riscaldamento, aria condizionata, frigobar, tv lcd, ampio bagno indipendente con doccia idromassaggio. Nostra finalità è pertanto quella di coniugare una vacanza all’insegna della natura e della tranquillità con una accoglienza di tutto rispetto. Siamo, anche, visitati da tantissimi giovani grazie anche ai prezzi davvero competitivi... Al mattino viene somministrata agli ospiti un abbondante colazione a base di prodotti tipici e di frutta fresca locale. Dalla prossima estate partiremo anche con la somministrazione dei pasti. Qual è, sig. Cavallo Alfonso, il binomio agriturismo – produzione agricola? Da quest’anno abbiamo dato avvio alla produzione in azienda dell’olio extra vergine di oliva biologico. Abbiamo acquistato un piccolo frantoio (costituito in pratica da una sola macchina) in grado di consentire l’estrazione a freddo dell’olio con conseguente rispetto delle proprietà organolettiche. L’olio extra vergine di oliva, che può essere degustato da chi (e spero in tanti) decidano di venirci a trovare, oggi viene imbottigliato e venduto al pubblico in piccole quantità. Lo stesso si può dire per il vino. L’azienda, infatti, ha, al suo interno, circa 15 ettari di vigneto: Piccolissima parte della produzione, accuratamente selezionata, viene vinificata ed offerta agli ospiti. Trattasi, sempre e comunque, di lavorazioni non industriali ma eseguite nel rispetto delle vecchie tradizioni contadine. All’interno di Masseria Nuova c’è un Museo di arte contadina, una proposta: perché non invitate le scuole alla visita di questo importantissimo pezzo di storia? Il Museo dell’arte contadina è un idea che avevo da tempo e che ho voluto realizzare. Lo stesso raccoglie solo ed esclusivamente attrezzi della famiglia ed utilizzati per le lavorazioni agricole e non di un tempo. E’ possibile vedere delle vecchie bilance, i “capasuni”, le “capase”, altri recipienti più piccoli, li “mili”, contenitori in pietra, una vecchia cernitrice, una stufa di altri tempi, un separatore, (utilizzato nel vecchio frantoio), altri e vari attrezzi agricoli e ecc… Un ritorno all’antico insomma. Colgo con favore il suo suggerimento, anche perchè lo ritengo un modo per avvicinare i ragazzi al mondo agricolo.
Ultimo aggiornamento Domenica 21 Febbraio 2010 18:23
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